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venerdì 7 giugno 2013

Chiedi Alla Luna - Nathan Filer

Titolo: Chiedi alla Luna
Titolo originale: The shock of the fall
Autore: Nathan Filer
Traduttore: Aglae Pizzone
Editore: Feltrinelli
Pagine: 320
Data di pubblicazione: 05 Maggio 2013
ISBN: 9788807030437
Prezzo: 17.00 €


Sinossi:
Matthew Homes ha nove anni. Adora passare le vacanze al camping con la famiglia e mettersi le scarpe da ginnastica, anche se la mamma d'estate lo obbliga a usare le infradito dato che fa caldo e gli sudano i piedi. Ha un fratello, Simon, di tre anni più grande, anche se tutti si comportano come se fosse più piccolo. Perché Simon è un po' diverso dalle persone che si incontrano normalmente: frequenta una scuola speciale per via di un disturbo di cui Matt non ricorda mai il nome, ma che si trova nei libri di medicina. Matt e Simon si vogliono bene: Matt adora la faccia tonda e sorridente del fratello, tonda come la luna. Giocano spesso insieme, e Simon segue Matt in tutte le sue avventure. Ma dopo quell'estate, l'estate dell'incidente a Ocean Cove, nulla sarà più come prima. Matt dovrà affrontare un segreto così enorme e terribile da non poterlo confessare a nessuno, spingendolo a chiudersi sempre più in se stesso. E mentre, anno dopo anno, la realtà perderà i suoi confini diventando sempre più estranea e costringendolo a farsi ricoverare in un centro per disturbi mentali, Matt avrà solo un pensiero in cui trovare conforto e grazie al quale ricominciare a lottare: il ricordo della faccia tonda e sorridente di suo fratello, tonda come la luna.

E' capitato a tutti e ancora ci capiterà, di dover affrontare la perdita di una persona a noi molto cara. Come la si affronta, la morte? E' una domanda che mi pongo da sempre perché io, ad esempio, la perdita delle persona a cui voglio bene la affronto malissimo. Mi è stato detto che per superare ogni evento, bisogna capire il motivo per cui è avvenuto, solo così si riuscirà a dargli un senso, a superarlo e ad affrontarlo. Peccato che io, alla morte, un senso non riesca proprio a darglielo. Mai.

Matthew è arrivato a casa Homes come fratello minore, tre anni dopo Simon, ma siccome il maggiore è un bambino un po' diverso dagli altri, di fatto è Matt il fratello maggiore che bada a Simon, che sta attento a non farlo stancare, che cerca di coinvolgerlo in situazioni pericolose che potrebbero essergli fatali.
Un'estate a Ocean Cove, però, cambia le cose.
Il pomeriggio di un giorno come tanti, Matt sta giocando a nascondino con gli amici fino a quando non assiste al funelare e alla sepoltura di una bambola. Incuriosito, il bimbo si avvicina alla ragazzina che sta compiendo quello strano rito e comincia a fare domande che, però, non trovano risposta.
E' la curiosità non soddisfatta che di notte lo spinge a svegliare Simon e a costringerlo a seguirlo nel punto esatto dove sta la piccola tomba della bambola col cappotto giallo.
Tutto questo ce lo racconta un Matthew ormai diciannovenne che passa le sue giornate tra il suo appartamento e il centro diurno dove deve recarsi ogni giorno per essere tenuto sotto controllo e dove gli vengono somministrate le medicine necessarie a tenere sotto controllo la sua malattia.
Perché quella notte a Ocean Cove ha cambiato per sempre la vita della famiglia Homes ed ha aperto nella mente di Matt una via in cui una vecchia tara familiare si è fatta strada e si è accomodata, pronta a manifestarsi sotto forma di voce di Simon.

Un esordio potente quello di Filer che tratta con delicatezza temi quali la malattia mentale, la Sindrome di Down e dei rapporti di vita che si instaurano tra le persone affette da queste malattie e chi, invece, vive una vita normale.
Sicuramente è stato il suo lavoro di infermiere presso un centro di malattie mentali e il suo ruolo di ricercatore nel dipartimento di psichiatria dell'Università di Bristol che lo hanno agevolato in questa narrazione, ma penso che ci voglia anche una grossa sensibilità per affrontare in questo modi temi come quelli che lui racconta, così come per svolgere i lavori che Filer svolge.
Molto particolare è anche lo stile che viene usato per narrare le vicende di Matthew e che, per certi aspetti, mi ha ricordato la sperimentazione che fa Foer quando scrive i suoi libri.
L'insieme di tutte queste cosa ha fatto sì che Chiedi alla luna sia diventato un romanzo che tocca corde intime dell'animo con una delicatezza e una sensibilità che rendono ancora più forte e potente questo romanzo e ciò che trasmette.

lunedì 27 maggio 2013

Il Meglio della Vita - Rona Jaffe

Titolo: Il meglio della vita
Titolo originale: The Best of Everything
Autore: Rona Jaffe
Traduttore: M. Bonetti
Editore: Beat
Pagine: 543
Data di pubblicazione: 20 Marzo 2012
ISBN: 9788865590812
Prezzo: 9.00 €


Sinossi:
Nel cuore di Manhattan, in un grattacielo moderno firmato Mies Van Der Rohe, negli uffici di una casa editrice decisamente glamour, tre ragazze svolgono con distratta grazia il loro lavoro, sognando di conquistare tutto quello che ogni giovane donna può desiderare, all'alba degli anni Cinquanta, a New York: "the best of everything", il meglio della vita, il meglio di ogni cosa. In interni dalle geometrie déco, che sembrano quadri di Mondrian, si aggirano Caroline Bender, una ragazza di buona famiglia che spera di far carriera prima che il suo giovane amico si decida a sposarla, e la candida April Morrison, una ragazza texana la cui innocenza sfiora la più disarmante ingenuità. Le due giovani donne in carriera fanno amicizia e si trasferiscono in un appartamento comune nel centro di Manhattan insieme alla collega Gregg Adams, che diviene presto il terzo membro del trio dopo aver messo al corrente Caroline e April dei suoi disperati tentativi di introdursi nel feroce milieu di Broadway e di sedurre David Savage, affascinante sceneggiatore playboy.

Mi capita sempre, ogni volta che mi ritrovo tra le mani un libro che mi travolge e che ho scoperto per puro caso tra gli scaffali di una libreria, di pensare a quanto sia strano il mondo delle case editrici e il loro marketing. Non scopro l'acqua calda se vi porto alcuni esempi di libri brutti che sono apparsi in ogni vetrina, di cui hanno fatto anche pubblicità in tv e di cui ci ritroviamo la copertina e super slogan su ogni giornale e praticamente in ogni dove. E poi, per puro caso, mentre ti fai un giro alla Feltrinelli in un grosso centro commerciale, vedi un romanzo che spunta, con un titolo accattivante, una copertina bellissima e leggi che è ambientato a New York all'inizio degli anni '50, che le protagoniste sono giovani donne che si affacciano alla vita, che lavorano in una casa editrice e non puoi fare a meno di comprarlo e iniziare a leggerlo immediatamente. Poi ne vieni travolta come non ti capita da tanto tempo, guardi su aNobii e vedi che sono solo in 89 ad averlo letto, su internet le recensioni si contano sulle dita di una mano e ti ritrovi a chiederti "Perché alcuni libri che non andrebbero nemmeno usati come ferma porta vengono messi sotto il naso di tutti senza ritegno, mentre altri decisamente più meritevoli restano nascosti nell'ombra?".
So che è una domanda che non mi pongo solo io e che rimarrà senza una risposta plausibile, ma io sono polemica e ogni tanto devo polemizzare.

The Best of Everything è il titolo originale di questo romanzo, Il meglio di tutto. E' questo quello che ci si aspetta dalla vita quando, poco più che diciottenni, ci si affaccia alla vita adulta. Ora come allora si pensa di avere il mondo in pugno, si vuole mordere la vita e realizzare ogni sogno nel cassetto, anche il più piccolo.
Ed è per questo che Caroline, Gregg, Mary Agnes, Brenda e April si trasferiscono a New York e vanno a lavorare alla Fabian, importante casa editrice con sede in città. Hanno tutte finito da poco il liceo e si stanno affanciando, un po' timide, nel mondo degli adulti.
Il loro sogno più grande è quello di trovare un uomo, un principe azzurro che sappia amarle, che le porti via da quel lavoro che è solo momentaneo e che dia loro dei figli da amare e crescere come vuole la società. E anche chi, come Caroline, preferisce fare carriera e percorrere, gradino dopo gradino, la scala del successo, è inevitabilmente combattuta tra lo "sto bene da sola" e il "mi sento incompleta senza un uomo".
Le conosciamo all'inizio del 1952 e, attraverso le pagine che scorrono sotto i nostri occhi senza che quasi ce ne accorgiamo, le lasciamo a malincuore a dicembre del 1954 tutte cresciute, tutte molto cambiate, tutte segnate dalle esperienze che hanno vissuto e le hanno fatte crescere in questi due anni.
Dove ci sono le donne non possono di certo mancare gli uomini che affollano le pagine di questo romanzo e che dovrebbero essere i sostegni di queste cinque ragazze all'apparenza fragili. E, invece, veniamo a scoprire presto che una donna può piegarsi fino all'estremo ma mai spezzarsi, mentre un uomo è incline a scappare prima che sia troppo tardi, a darsi fino ad un certo punto e mai completamente perché non vuole più soffire, a dirsi soddisfatto delle proprie scelte perché la ragazza che amava si presentava in un modo e invece viene a scoprire che era tutto in un altro, senza però fermarsi a pensare che è stato proprio lui ad influenzare determinate scelte.
Certo, qualcuno è anche in grado di prendersi le proprie responsabilità, di avere il coraggio di ammettere che la propria vita non è poi così perfetta come si vuol credere e dare una svolta a tutto per cambiare le cose. Ma prima qualcuno ha dovuto soffrire.

Alla fine del libro c'è una postfazione che racconta come sia nato il romanzo e un po' della vita dell'autrice. Tra le altre cose, viene anche detto che questo romanzo appartiene al genere chick lit, definizione assai litimativa e anche un po' offensiva a mio avviso.
Questo romanzo non è assolutamente un libricino da quattro soldi che racconta le avventure di cinque sgallettate in modo che altrettante sgallettate lo possano comprare per passare un po' di tempo a leggere. Queste pagine non lasciano il tempo che trovano, anzi, ti portano a riflettere sulla vita di ieri e di oggi. E, cosa molto strana per me, pur non condividendo il pensiero di tutte le protagoniste, e cioè che una donna è completa solo se ha un uomo accanto, l'ho letto senza mai provare fastidio, senza mai sentire nascere e crescere l'antipatia verso una delle cinque protagoniste. Mi sono entrate tutte quante nel cuore e lì le porterò per un bel po' di tempo, insieme alle loro avventure e disavventure, alle loro sofferenze e alle loro felicità, ai loro odi e ai loro amori.

mercoledì 22 maggio 2013

La Piccola Dea della Fertilità - Paul Mesa

Titolo: La piccola dea della fertilità
Titolo originale: Die kleine Gottin der Fruchtbarkeiit
Autore: Paul Mesa
Traduttore: V. Rancati - M. P. Romero
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 243
Data di pubblicazione: 12 Marzo 2013
ISBN: 9788820053475
Prezzo: 15.90 €


Sinossi:
Bianca ha ventisei anni, fa la cameriera in un albergo in Germania ed è così piccolina - è alta solo un metro e quarantanove - che la madre l'ha soprannominata Bica, che in portoghese vuol dire "caffè molto, molto ristretto". Come quello che preparava la sua mamma, Maria: lei veniva dal Portogallo e non solo custodiva la ricetta segreta della miscela più buona del mondo, ma sapeva anche scavare nell'animo degli uomini semplicemente osservando il modo in cui bevevano il loro caffè. Maria è morta da tredici giorni, eppure a Bica sembra ancora di sentire la sua voce. E in effetti lei, non esattamente entusiasta di essere defunta, è proprio lì, seduta sul suo divano rosso, intenta come sempre a dispensare alla sua bambina preziosi consigli sulla felicità. Bica ne ha proprio bisogno, perché è alla ricerca del Grande Amore (anche se il suo cuore continua imperterrito a battere solo per Galao, rozzo, prepotente e sposatissimo), ma soprattutto vuole un figlio a ogni costo, altrimenti la sua mamma non riuscirà ad andarsene. Così narra una leggenda portoghese: se i tuoi genitori muoiono senza che tu abbia dato loro un nipotino, non arriveranno mai in Paradiso. E per questo che Bica, quando riordina le stanze, buca tutti i preservativi che trova nei cassetti dei comodini: non si sa mai... Ma, pur contenta del "misterioso" ritorno della mamma, Bica è anche preoccupata: c'è infatti un segreto che Maria non deve scoprire, un segreto legato proprio alla sua morte...

Non so se lo sapete (nel qual caso lo scoprirete adesso) che, quasi ogni venerdì, la casa editrice Sperling & Kupfer organizza sulla sua pagina facebook un contest fotografico il cui premio sono i suoi libri. E' un'idea carina e simpatica e, oltre alla possibilità di vincere dei libri, offre anche l'opportunità di conoscere qualche sua pubblicazione.
Senza quel contest credo non sarei venuta a conoscenza dell'esistenza di questo romanzo e forse sarebbe stato decisamente meglio.
Comunque mi ispirava e non averlo vinto mi aveva intristita un po', così il sabato mentre passeggiavamo per Verona, abbiamo visto una Feltrinelli, siamo entrati, mio marito l'ha scorto su uno scaffale e me lo ha regalato.

A parte la copertina che non mi piace e il titolo originale che, non conoscendo il tedesco, non posso contestare, questo libro mi ispirava perché parla di caffè, bevanda che io adoro alla follia, al punto da esserne quasi drogata.
La protagonista, Bianca, è conosciuta da tutti come Bica che è il nome con cui a Lisbona indicano un caffè che è simile all'espresso ma ha un gusto più morbido rispetto ad esso per via della tostatura.
Noi la incontriamo che lavora come cameriera in un albergo tedesco, circa due settimane dopo la morte di sua mamma Maria, innamoratissima di uomo che lei chiama Galao (altro tipo di caffè portoghese) con cui ha avuto un'avventura durata il tempo di un amplesso e che è sposato con una donna che, qualche giorno dopo, si presenta in albergo accusando la proprietaria di gestire un bordello nel quale si aggirano, tra l'altro, dei pedofili.
Mentre rassetta le camere, Bianca cerca nei cassetti e tra le cose dei temporanei inquilini i loro preservativi e li buca con l'ausilio di una piccolissima siringa. Perché? Semplice: lei sperava a tutti i costi di rimanere incinta dopo l'avventura con Galao così che sua madre potesse riposare in pace ma, non essendoci riuscita, pensa di poter dare il riposo eterno alla genitrice improvvisandosi dea della fertilità e facendo in modo che altre donne diventino madre.
Lo stesso giorno del j'accuse, Bica torna in camera e trova il fantasma di Maria che si aggira per la camera senza ricordarsi di essere morta e si convince ancora di più che la colpa sia sua e del fatto che, essendo così piccola (è alta appena 1.49 cm), non possa portare in grambo un figlio.
Da qui parte tutta una storia insensata che vede Bica spiare Galao, la moglie di lui lanciare dal nulla accuse all'albergo (almeno così pare a noi lettori che ci troviamo quattro frasi buttate lì in mezzo al resto, senza spiegazione né approfondimento), Maria che non capisce come mai la figlia la tenga chiusa in camera. Insomma, un'accozzaglia di informazioni prese e buttate in un pentolone, girate alla veloce con un cucchiaio di legno e per nulla insaporite e legate tra loro da spiegazioni chiarificatrici e fili logici concatenati.

Se non si fosse ancora capito questo libro non mi è piaciuto assolutamente perché la storia è completamente insignificante e banale e non posso nemmeno dire che a non avermi convinta sia lo stile dell'autore e che la storia in se avrebbe del potenziale, perché non è così.
Non c'è senso in quello che viene raccontato, non c'è empatia con i protagonisti e coinvolgimento emotivo circa i fatti narrati, ci si ritrova spesso a chiedersi "ma questo cosa c'entra?", "e questo da dove salta fuori?", "questo cosa come va a finire?", "ma perché?!".
Insomma, libro e autore bocciati su tutta la linea.

mercoledì 8 maggio 2013

Recensioni in pillole, perché ne ho accumulati un po' troppi.

Titolo: Borgo Propizio
Autore: Loredana Limone
Editore: Guanda
Pagine: 280
Data di pubblicazione: 09 Maggio 2012
ISBN: 9788860886576
Prezzo: 16.50 €

Sinossi:

Tutto ruota attorno a una latteria, che la giovane Belinda vuole aprire nel centro di un delizioso paesino medievale. Certo, il paesino più che delizioso sembra sonnolento, a causa di una giunta comunale poco attiva; certo, nel negozio che Belinda sta ristrutturando si dice aleggi la presenza di un fantasma. Ma la ragazza vuol cambiar vita a tutti i costi, per superare il divorzio dei suoi, per riprendersi da una delusione amorosa, per rompere con tanti legami. La circonda una folla di personaggi divertenti e scombinati, sinceri e misteriosi... come la vita.

Avevo finito di leggere Middlesex e mi serviva una lettura leggera e poco complicata per rilassare un po' la mente, così mi è venuta in aiuta Sonia che mi ha consigliato di leggere Borgo Propizio. Ammetto di aver storto un pochino il naso perché avevo sentito parlare di questo romanzo, ma non è che mi ispirasse più di tanto e lo avevo degnato di poca considerazione. In ogni caso ho accettato la proposta pensado che, al massimo, lo avrei stroncato oppure abbandonato.
E invece mi sono dovuta ricredere.
Loredana Limone ci racconta una favola non del c'era una volta, ma del c'è una volta perché quello che accade a Borgo Propizio e ai suoi abitanti è quello che accade tutti i giorni nella vita di ognuno di noi.
Ci sono le pettegole sempre dalla finestra ad osservare ogni movimento, pronte ad attaccarsi al telefono per chiamare l'amica di chiacchiere e raccontarle di aver appena visto Mariolina salire sulla macchina di un uomo; c'è Marietta che, a casa, aspetta preoccupata l'arrivo della sorella che è sempre così puntuale e che di solito chiama quando fa tardi; c'è Belinda che ama il latte a tal punto da volerne fare la sua fonte di sostentamento perché è stanca di lavorare in ufficio dove tutti sono contro tutti e aspettano solo il momento buono per farti le scarpe; e poi ci sono Cesare e Claudia che si amano da tutta la vita ma hanno momentaneamente perso la bussola e devo cercare, con un piccolo aiuto, di ritrovarla.
Dicevo poc'anzi che ero scettica perché pensavo di avere tra le mani una storia un po' inconsistente, una favola tutta "cuore, sole, amore" che, per carità, è tanto bella, ma anche tanto utopica. E, invece, la Limone scrive il suo c'è una volta con tanto di lieto fine e non perde mai di vista realtà che sta nelle piccole cose, che è fatta sì di batticuore, ma anche di scontri e discussioni con la persona amata, di baci e abbracci e di nuove scaramucce.
Un romanzo molto molto carino che si legge in un soffio e ci strappa più di un sorriso. Tutto questo permettendoci di mantenere i piedi sempre ben saldi a terra.

Titolo: La pazienza dei bufali sotto la pioggia
Titolo originale: La patience des buffles sous la pluie
Autore: David Thomas
Editore: Marcos y Marcos
Pagine: 173
Data di pubblicazione: 20 Marzo 2013
ISBN: 9788871686585
Prezzo: 13.00 €

Sinossi:
Questo libro racconta molte storie in poche righe, perfette per i viaggi in autobus, aspettando un amico, la mattina bevendo il caffè. Sono storie che per magia si espandono, escono dalla pagina, chiamano proprio te. Donne e uomini assai diversi si fanno avanti uno per uno. Con energia e onestà assoluta, proclamano una speranza, una vergogna, un desiderio, un dolore. Quando sembrano rimproverarti qualcosa, dici no, non sei tu, tu non ti comporti così. Non sei la donna che ha venti uomini all'attivo e ha già adocchiato il ventunesimo, o quella che la notte si abbarbica al suo uomo come a un salvagente, non sei lo scrittore che abbindola le donne con una montagna di balle, l'uomo che non ha ancora trovato un modo dignitoso per infilarsi le mutande. Quando ti confidano di avere idee fisse che ronzano in testa senza mai dare tregua, o di scoppiare di gioia perché finalmente sono rimasti soli, o di non poterne più di essere buffi, ti fanno davvero simpatia. Questi scorci di vita, queste confessioni pulsanti, colgono alla perfezione un certo aspetto di un collega, di tua madre, del vicino. Intanto ti accorgi che il cerchio si stringe. Ti aspetta una storia che c'entra molto con te.

E' da quando ho finito di leggere questa raccolta di racconti che penso a come recensirla, perché mi trovo un po' in difficlotà. Non che non valga la pena di leggerla, anzi. E' proprio perché in poche parole, poche pagine queste storie raccontate da Thomas riescono a trasmettere un sacco di emozioni e ti portano a riflettere molto e molto a fondo.
Mi trovo in difficoltà perché so che non tutti amano leggere i racconti e io vorrei che anche chi di solito non li apprezza, provasse a leggere questo libro, perché è davvero incredibile ciò che l'autore riesce a raccontare usando così poco spazio su una pagina.
Siccome io con le mie parole non sono sicura di riuscire a convincervi, vi lascio due dei racconti contenuti in questa raccolta, due dei tanti che mi hanno colpita più di altri.









lunedì 29 aprile 2013

Per essere felici bisogna trovare la varietà nella ripetizione, per andare avanti bisogna tornare indietro dove si è cominciato.

Titolo: Middlesex
Titolo originale: Middlesex
Autore: Jeffrey Eugenides
Editore: Mondadori
Pagine: 602
Data di pubblicazione: 21 Ottobre 2008
ISBN: 9788804584360
Prezzo: 11.00 €


Sinossi:
Calliope Stephanides, detta Callie e poi Cal, è una bambina come le altre, o così crede, ma un giorno scopre che nel suo Dna si nasconde un gene misterioso che attraversa come una colpa tre generazioni della sua famiglia e ora si manifesta in lei. Callie è colpita da un'"eccentricità biologica" che fa di lei un raro ermafrodito. E da qui ha inizio la sua odissea. Un viaggio travagliato nel cuore di un passato che nasconde i segreti del suo destino. Tra furbi imprenditori e ciarlatani, tra sagge donne di casa e improbabili leader religiosi, in un vorticoso alternarsi di matrimoni, nascite e scandali. Dalla Turchia del crollo dell'Impero Ottomano all'America del proibizionismo, dai conflitti razziali alla controcultura, dal Vietnam al Watergate, Jeffrey Eugenides ci restituisce un mondo scintillante e drammatico in cui il senso del destino e l'eredità familiare si mescolano e si oppongono alla volontà di essere artefici di se stessi, di dar voce ai propri desideri, alla propria sessualità, ai propri sentimenti.

Come mi succede tutte le volte che leggo un romanzo di Eugenides, i primi capitoli mi servono per entrare in sintonia con lui, con la storia che scrive, con il suo modo di narrare. Non mi capita mai di iniziare a leggere qualcosa di suo e venirne travolta immediatamente. Mi ci va un attimo, devo acclimatarmi e ambientarmi tra le pagine della sua storia.
E nemmeno con Middlesex è stato diverso, anzi, forse è stato ancora più faticoso questa volta, complice anhce la settimana passata in cui avevo un impegno a sera e il tempo per leggere era davvero risicato. Infatti si posso tranquillamente confessare di aver letto circa duecento pagine tra lunedì e venerdì e di averci dato dentro sabato e domenica.

Il protagonista di questo romanzo è Calliope Stephanides, nata femminuccia e scopertasi ermafrodito. Ovviamente questa scoperta le cambierà la vita ed è per questo che, passati i quarant'anni, decide di raccontare la propria storia e quella della propria famigla inevitabilmente legata alla Storia della Grecia, paese originario dei suo nonni.

Non voglio svelarvi di più della trama perché vi toglierei il piacere di scoprire tutto da soli, anche se le cose salienti vi verranno rivelate praticamente subito.
Quello che vi posso assicurare e che vi troverete tra le mani una storia densa, forse a volte anche troppo, emozionale e intensa che vi toglierà il fiato e vi travolgerà.
Dato l'argomento che Eugenides ha deciso di trattare, questo libro poteva essere un'emerita boiata oppure un capolavoro e, secondo me, riestra senza ombra di dubbio nella seconda opzione. Perché la storia di Cal viene raccontata con una delicatezza quasi poetica, i disagi che questa anomalia genetica provoca nel protagonista non ricadono mai nel piagnisteo, nel banale e nel patetico.
Vi consiglio di leggerlo e di non farvi intimorire dalla mole perché a fine lettura ne sarete arricchiti in un modo che pochi libri riescono a fare.

lunedì 22 aprile 2013

Accabadora - Michela Murgia

Titolo: Accabadora
Autore: Michela Murgia
Editore: Einaudi
Pagine: 164
Data di pubblicazione: 01 Gennaio 2009
ISBN: 9788806197803
Prezzo: 18.00 €

Sinossi:
La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico sull'orlo del precipizio. Maria ha sei anni ed è appena diventata "figlia d'anima" dell'anziana Bonaria Urrai, secondo l'uso campidanese che consente alle famiglie numerose di compensare le sterilità altrui attraverso una adozione sulla parola; il patto tacito è che la figlia acquisirà lo status di erede, ma in cambio promette di prendersi cura della madre adottiva nei bisogni della vecchiaia. La bambina è inizialmente convinta che Bonaria Urrai faccia la sarta, e infatti le giornate sono segnate dallo scorrere nella bottega casalinga di una umanità paesana, fatta di piccole miserie e di relazioni costruite di gesti e di sguardi, molto più che di parole. Accettata come normale dal paese, l'adozione solidale tra la vecchia e la bambina si consolida malgrado lo sfaldarsi circostante delle antiche certezze. Attraverso lo sguardo privilegiato della bambina che cresce, le contraddizioni tra il vecchio e il nuovo emergono via via più evidenti: nell'esperienza della scuola dell'obbligo, e in quella del confronto tra la fede cristiana e i retaggi di una religiosità assai più antica nel tempo.

E anche in questo caso, come per Gomorra, leggo e recensisco il romanzo parecchio tempo dopo la sua uscita.
Se nel caso del libro di Saviano il mio aspettare era legato al successo immediatamente esploso, nel caso di questo romanzo la mia reticenza era dovuta al fatto che pensavo di trovare tra le pagine una storia che non mi sarebbe piaciuta. Perché? Per quegli assurdi pregiudizi che ogni tanto si figurano nella mente del lettore dopo aver letto la trama di un libro; idee che saltano fuori dall'interpretazione di un riassunto e che rimangono lì fino a che non ci si decide a leggerlo, quel libro.
E anche per me e per Michela Murgia è arrivato il momento di incontrarsi.

Nella Sardegna degli anni '50, terra di usanze e superstizioni radicate, Maria diventa figlia d'anima di Bonaria Urria, anziana donna mai sposatasi e senza figli. Diventare figlia d'anima significa che Maria diventa figlia acquisita di Bonaria. Questa usanza permette alle famiglie numerose di compensare la sterilità altrui attraverso un'adozione che si basa solo ed esclusivamente sulla parola data. In questo modo la figlia acquisirà lo status di erede, ma in cambio promette di prendersi cura della madre adottiva nei bisogni della vecchiaia.
Per Maria l'inizio di questa nuova vita è una rinascita: in casa propria era nessuno, un peso aggiunto a spalle che di portare zavorre aggiunte non ne avevano voglia. Bonaria invece la tratta come una persona, la chiama per nome, le insegna a cucire e a smettere di rubare. L'unica cosa strana in questo menage famigliare qualsi perfetto è che l'anziana donna ogni tanto, di notte, esce senza dare spiegazioni e rientra a mattina quasi fatta. La bambina prova a chiedere spiegazioni, ma non ne riceve nessuna e così anche questa stranezza diventa parte del quotidiano fino al terribile giorno in cui la verità verrà fuori e porterà Maria a prendere la decisione di trasferirsi a Torino.

Come dicevo più sopra, mi aspettavo un libro completamente diverso, meno scorrevole e talmente impregnato della cultura sarda da risultare di difficile lettura a chi sardo non è. Ed invece mi sono trovata tra le mani una storia di amore e amicizia tra una donna anziana ed una bambina raccontata in modo delicato e poetico, che mi ha catturata e da cui sono rimasta estremamente colpita.
Le superstizioni e la vita nei piccoli paesini sardi degli anni cinquanta ci sono eccome, però svengono inserite in modo magistrale e non rendono la lettura pesante o incomprensibile a chi in Sardegna non ci è nato e di quella terra conosce poco o nulla.
Insomma, una scoperta tardiva ma molto molto piacevole che consiglio a chi, come me, ancora non l'ha letta.

PS scusate la recensione venuta fuori un po' così, ma è da questa mattina alle undici che sono qui davanti allo schermo a scriverla e cancellarla, che alla fine ho raffazzonato un po' di pensieri e sensazioni qua e la e li ho buttati giù alla bell'è meglio.
Credo che l'unico modo per capire il motivo di questa mia difficoltà sia leggere il libro, perché trasmette così tanto che è difficile da spiegare a parole. 

sabato 20 aprile 2013

Il dolore è insensato. Come l'amore.

Titolo: L'acustica perfetta
Autore: Daria Bignardi
Editore: Mondadori
Pagine: 200
Data di pubblicazione: 30 Ottobre 2012
ISBN: 9788804616214
Prezzo: 18.00 €

Sinossi:
Arno e Sara si incontrano da ragazzini e istintivamente si amano. Un pomeriggio d'estate lei lo lascia, dicendogli che "le piacciono gli amori infelici". Si ritrovano molti anni dopo, decidono di sposarsi: sono allegri, innamorati, sembrano felici. Arno è convinto di darle tutto se stesso e non si spiega le malinconie e le bugie che affiorano poco a poco. In fondo, la sua vita gli piace così com'è: suona il violoncello alla Scala, ha avuto tre figli dalla donna della sua vita, non si fa domande. Ma il disagio di Sara col tempo aumenta, finché una mattina Arno non sarà costretto da un evento inconcepibile a chiedersi chi è davvero la persona con cui ha vissuto tredici anni, la donna che ama da sempre. Con titubanza, inizia a seguire una pista di ferite giovanili e passioni soffocate e, con crescente sgomento, ritrova il bandolo di storie insospettabili. Può una donna restare con un uomo che pensa di amarla ma non ha mai voluto conoscerla davvero? Può un uomo accettare che sua moglie non si fidi di lui? Si può vivere senza esprimere se stessi? E come incide il dolore nelle nostre vite? Abbiamo tutti le stesse carte in mano?

Ho finito pochi minuti fa di leggere questo romanzo e sono stata indecisa per qualche secondo se scrivere subito o lasciare sedimentare il tutto. E poi ho deciso di buttare giù una recensione a caldo perché a volte stare a riflettere troppo, a rimuginare, non va nemmeno troppo bene.

Protagonisti di questa storia sono Arno e Sara, un uomo e una donna che si sono conosciuti da ragazzini e si sono innamorati, poi si sono allontanati e persi di vista per poi ritrovarsi ormai trentenni. Rivedendosi pare che tra loro l'amore non sia mai finito, soprattutto per Arno che non ha mai dimenticato Sara, l'ha sempre sognata, pensata, rimpianta. Si rincontrano una sera, per caso, a Milano e riprendono da dove avevano lascaito. Poi si sposano e hanno dei figli e, per tredici anni, la loro vita prosegue normale, cullata dal tran tran quotidiano che regola le giornate di una famiglia con tre figli.
Poi, una mattina, esattamente quattro giorni prima di Natale, Arno si sveglie e non trova più Sara. La cerca per casa e quello che trova è solo una lettera in cui gli dice che se n'è andata perché ha bisogno di stare da sola, di prendere le distanze da quella quotidianità che le sta stretta. La prima reazione del marito è di incredulità: non può essere che la sua Sara lo abbia lasciato, è impossibile che quella moglie e madre perfetta abbia compiuto un gesto tanto sconsiderato. Sarà solo uno scherzo, tornerà sicuramente a casa, in fondo manca poco al Natale.
Ma quando i giorni diventano settimane e le settimane diventano mesi, quando anche la rabbia è passata, Arno è costretto a guardare in faccia la realtà e affrontare il problema. Verrà a scoprire di non conoscere sua moglie, si renderà conto di aver vissuto con un'estranea e dovrà fare i conti anche, e soprattutto, con se stesso.

L'acustica perfetta è il terzo romanzo che Daria Bignardi scrive, ma è il primo che leggo, perché, di tutti e tre, è quello che mi ha ispirato di più. Ammiro e stimo molto lei come giornalista ma ho sempre storto un po' il naso di fronte alla sua scelta di diventare scrittrice e, dopo aver letto questo suo lavoro, ho avuto la conferma che i miei non fossero solo pregiudizi.
Attenzione, non sto dicendo che scriva male o che questo sia un romanzo pessimo, sconsigliato e da non leggere, però è un romanzo in cui manca qualcosa, quel qualcosa che ti fa affezionare ai protagonisti, che ti coinvolge completamente nella storia, che ti fa dimenticare che esiste anche un mondo intorno oltre a te e al romanzo che stai leggendo.
E credo che questo dipenda dal fatto che la scrittura, curata e magistrale, lo sia al punto da risultare quasi asettica. Come si diceva ieri parlando di questo libro con Strat from scratch, la Bignardi è un'ottima gioralista, molto razionale e, quando diventa scrittrice, questa razionalità non la perde. Il risultato è un romanzo scritto in modo eccellente ma le cui vicende non coinvolgono totalmente ed incondizionatamente il lettore.
Per lo meno, non hanno coinvolto totalmente me.

giovedì 18 aprile 2013

Gomorra - Roberto Saviano

Titolo: Gomorra
Autore: Roberto Saviano
Editore: Mondadori
Pagine: 331
Data di pubblicazione: 01 Gennaio 2006
ISBN: 9788804554509
Prezzo: 15.50 €

Sinossi:
Questo incredibile, sconvolgente viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci "fresche", appena nate, che sotto le forme più svariate - pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi - arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate, si riversano fuori dai giganteschi container per invadere palazzi appositamente svuotati di tutto, come creature sventrate, private delle viscere. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente "sversate" nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde - dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi - che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere ma testimoniano utopie farneticanti, pulsioni messianiche, millenarismi oscuri. Questa è oggi la camorra, anzi, il "Sistema", visto che la parola "camorra" nessuno la usa più: da un lato un'organizzazione affaristica con ramificazioni impressionanti su tutto il pianeta e una zona grigia sempre più estesa in cui diventa arduo distinguere quanta ricchezza è prodotta direttamente dal sangue e quanta da semplici operazioni finanziarie. Dall'altro lato un fenomeno criminale profondamente influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, per cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze a divi del cinema e a creature dell'immaginario, dai gangster di Tarantino alle sinistre apparizioni de "Il corvo" con Brandon Lee. Figure come Gennarino McKay, Sandokan Schiavone, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo 'o Milionario, se non avessero provocato decine di morti ammazzati potrebbero sembrare in tutto e per tutto personaggi inventati da uno sceneggiatore con troppa fantasia. In questo libro avvincente e scrupolosamente documentato Roberto Saviano ha ricostruito sia le spericolate logiche economico-finanziarie ed espansionistiche dei clan del napoletano e del casertano, da Secondigliano a Casal di Principe, sia le fantasie infiammate che alle logiche imprenditoriali coniugano il fatalismo mortuario dei samurai del medioevo giapponese. Ne viene fuori un libro anomalo e potente, appassionato e brutale, al tempo stesso oggettivo e visionario, di indagine e di letteratura, pieno di orrori come di fascino inquietante, un libro il cui giovanissimo autore, nato e cresciuto nelle terre della più efferata camorra, è sempre coinvolto in prima persona. Sono pagine che afferrano il lettore alla gola e lo trascinano in un abisso dove davvero nessuna immaginazione è in grado di arrivare.

E finalmente, dopo anni di ritardo, dopo mille esitazioni e ripensamenti, anch’io ho letto Gomorra di Roberto Saviano.
Perché ci ho messo così tanto ad accostarmi a questo libro? In primis perché quando un libro appena uscito suscita il successo che ha suscitato questo, seppur m’incuriosisca e abbia voglia di leggerlo, aspetto ad acquistarlo perché non mi piace farmi trascinare dall’entusiasmo. E poi avevo bisogno di farmi un’idea mia su Roberto Saviano, personaggio assai controverso, che io trovo personalmente molto coraggioso e che ammiro per il suo atto di denuncia. Se non avessi avuto una ditta di famiglia o se avessi scelto di non lavorare qui, avrei voluto fare il procuratore anti mafia, quindi apprezzo il lavoro di denuncia di questo ragazzo e di chi, come lui e prima di lui, lo ha fatto.
Però confesso che non mi piace come usano lui e il suo nome: l’hanno mitizzato, ne hanno fatto un santino (passatemi il termine, è per farvi capire cosa intendo) e lo tirano fuori dei loro portafogli come e quando fa comodo a loro. E questo me lo rende un po’ antipatico ogni tanto.

Per quanto riguarda Gomorra, ho deciso di fare una recensione un po’ diversa perché tanto è già stato detto e molto è già stato scritto. Per cui ho pensato di far parlare il libro stesso al posto mio riportando alcune delle citazioni più significative e che più mi hanno fatto riflettere.
Non è pigrizia la mia, semplicemente non voglio cadere nel ridondante o nelle banalità, rischio molto elevato per entrambe le cose visto che di camorra me ne intendo poco e visto che arrivo dopo anni a parlarvi di questo romanzo.

Si crede stupidamente che un atto criminale per qualche ragione debba essere maggiormente pensato e voluto rispetto a un atto innocuo. In realtà non c'è differenza. I gesti conoscono un'elasticità che i giudizi etici ignorano.

Crepare a quindici anni in questa periferia sembra scontare una condanna a morte piuttosto che essere privati della vita.

C'erano poliziotti in borghese che cercavano di stare lontano dalle navate. Tutti li avevano riconosciuti, ma non c'era spazio per scaramucce. In chiesa riuscii subito a individuarli; o meglio loro individuarono me, non trovando sul mio viso traccia del loro archivio mentale. Come per venire incontro alla mia cupezza uno di questi mi si avvicinò dicendomi: "Questi qua sono tutti pregiudicati. Spaccio, furto, ricettazione, rapina... qualcuno fa pure le marchette. Non c'è nessuno pulito. Qua più ne muoiono, meglio è per tutti...".
Parole a cui si risponde con un gancio, o una testata sul setto nasale. Ma era in realtà il pensiero di tutti. E forse persino un pensiero saggio.


Nel cono d'ombra dell'attenzione data perennemente a Cosa Nostra, nell'attenzione ossessiva riservata alle bombe della mafia, la camorra ha trovato la giusta distrazione mediatica per risultare praticamente sconosciuta.

Nel 1989 l'Osservatorio sulla Camorra scriveva in una sua pubblicazione che nell'area nord di Napoli si registrava uno dei rapporti spacciatori-numero di abitanti più alto d'Italia. Quindici anni dopo questo rapporto è diventato il più alto d'Europa, e tra i primi cinque al mondo.

L'organizzazione delle piazze di spaccio poteva avvenire anche a Posillipo, ai Parioli, a Brera, ma è avvenuta a Secondigliano. La manodopera in qualsiasi altro luogo avrebbe avuto un costo elevatissimo. Qui la totale assenza di lavoro, l'impossibilità di trovare altra soluzione di vita che non sia l'emigrazione rende i salari bassi, bassissimi.

Non sono certo sia fondamentale osservare ed esserci per conoscere le cose, ma è fondamentale esserci perché le cose ti conoscano.

Uccidere tutti. Tutti quanti. Anche col dubbio. Anche se non sai da che parte stanno, anche se non sai se hanno una parte. Spara! È melma. Melma, solo melma. Dinanzi alla guerra, al pericolo della sconfitta, alleati e nemici sono ruoli interscambiabili. Piuttosto che individui divengono elementi su cui testare la propria forza e oggettivarla. Solo dopo si creeranno d'intorno le parti, gli alleati, i nemici. Ma prima di allora, bisogna iniziare a sparare.

Il furgoncino acchiappamorti gira continuamente, lo si vede da Scampia a Torre Annunziata. Raccoglie, accumula, preleva cadaveri di gente morta sparata. La Campania è il territorio con più morti ammazzati d'Italia, tra i primi posti al mondo. Le gomme della macchina mortuaria sono liscissime, basterebbe fotografare i cerchioni mangiucchiati e il grigiore dell'interno dei pneumatici per avere l'immagine simbolo di questa terra.

Le persone cercano di passare silenziose, di ridurre al minimo la loro presenza nel mondo. Poco trucco, colori anonimi, ma non solo. Chi ha l'asma e non riesce a correre si chiude in casa a chiave, ma trovando una scusa, inventadosi una motivazione, perché svelare di stare chiuso in casa potrebbe risultare una dichiarazione di colpevolezza: di non si sa quale colpa, ma pur sempre una confessione di paura. Le donne non indossano più i tacchi alti, inadatti a correre. A una guerra non dichiarata ufficialmente, non riconosciuta dai governi e non raccontata dai reporter, corrisponde una paura non dichiarata, una paura che si ficca sotto la pelle.

Il Sistema concede almeno l’illusione che l’impegno sia riconosciuto, che ci sia la possibilità di fare carriera. Un affiliato non verrà mai visto come un garzone, le ragazzine non penseranno mai di essere corteggiate da un fallito. Questi ragazzini imbottiti, queste ridicole vedette simili a marionette da football americano, non avevano in mente di diventare Al Capone, ma Flavio Briatore, non un pistolero, ma un uomo d’affari accompagnato da modelle: volevano diventare imprenditori di successo.

Nella foresta di cemento è più facile mimetizzarsi, in case qualsiasi si vive senza facce e senza rumore. Un’assenza più totale quella urbana, più anonima del nascondersi in una botola o in un doppio fondo.

Una volta lessi su una rivista della Nato - dedicata ai familiari dei militari all'estero - un articoletto rivolto a chi doveva venire a Gricignano d'Aversa. Tradussi il brano e me lo scrissi su un'agenda, per ricordarlo. Diceva: "Per capire dove state andando ad abitare, dovete immaginarvi i film di Sergio Leone. E' come il Far West, c'è chi comanda, ci sono sparatorie, regole non scritte e inattaccabili. Ma non preoccupatevi, verso i cittadini e i militari americani ci sarà il massimo rispetto e la massima ospitalità. In ogni caso uscite solo se necessario dal comprensorio militare". Mi aiutò quell'articolista yankee a capire meglio il posto dove vivevo.

La camorra ha una memoria lunghissima e capace di pazienza infinita.

C'è chi comanda le parole e chi comanda le cose. Tu devi capire chi comanda le cose, e fingere di credere a chi comanda le parole. Ma devi sempre sapere la verità in corpo a te. Comanda veramente solo chi comanda le cose.

È così che si fa il bene, solo quando puoi fare del male. […] Il bene vero è quando scegli di farlo perché puoi fare il male.

Scegliere di salvare chi deve morire significa voler condividerne la sorte, perchè qui con la volontà non si muta nulla. Non è una decisione che riesce a portarti via da un problema, non è una presa di coscienza, un pensiero, una scelta, che favvero riescono a darti la sensazione di star agendo nel migliore dei modi. Qualunque sia la cosa da fare sarà quella sbagliata per qualche motivo. Questa è la vera solitudine.

Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l'odore. L'odore dell'affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d'economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesi di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: "È falso" all'orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.

Ammazzare è un peccato che verrà compreso e perdonato da Cristo in nome della necessità dell'atto.

Chi non conosce le dinamiche di potere della camorra spesso crede che uccidere un innocente sia un gesto di terribile ingenuità da parte dei clan perché legittima e amplifica il suo esempio, le sue parole. Come una conferma alle sue verità. Errore. Non è mai così. Appena muori in terra di camorra, vieni avvolto da molteplici sospetti, e l'innocenza è un'ipotesi lontana, l'ultima possibile. Sei colpevole fino a prova contraria. La teoria del diritto moderno nella terra dei clan è capovolta.

Si muore per un si o per un no. Si da la vita per un ordine o per la scelta di qualcuno.

E così conoscere non è più una traccia di impegno morale. sapere, capire diviene una necessità, L'unica possibile per considerasi ancora uomini degni di respirare.

Ne ho sentite tante su Gomorra e sul suo autore e mi sono fatta una mia idea: indipendentemente da tutte le polemiche che sono state fatte e che sempre si faranno, questo libro lascia qualcosa, questo libro insegna qualcosa, questo libro fa riflettere.
E Dio solo sa quanto serva, al giorno d’oggi, riflettere.

mercoledì 17 aprile 2013

"E di che cosa sono fatte le parole?" "Di inchiostro."

Titolo: Inchiostro
Titolo originale: Tinta
Autore: Fernando Trìas De Bes
Traduttore: G. Bassi
Editore: Rizzoli
Pagine: 156
Data di pubblicazione: 20 Marzo 2012
ISBN: 9788817056052
Prezzo: 12.00 €


Sinossi:
Nella Magonza di inizio Novecento, Johann Walbach, libraio, cerca una spiegazione alle proprie sofferenze tra le pagine dei suoi amati volumi, depositari di ogni ragione, desiderio e sfumatura dell'animo umano. Un giorno, Walbach incontra un matematico impegnato in un'impresa analoga: trovare una risposta ultima e definitiva al dolore che lo schiaccia, affidandosi al sublime linguaggio dei numeri e delle formule algebriche. Con l'aiuto di uno stampatore, uno scrittore, un editore e di una donna sedotta dal potere dell'inchiostro, i due raggiungeranno un risultato straordinario: un libro dei libri, in grado di spiegare il vero motivo di ogni cosa. 

Penso di averlo già detto mille volte che sono convinta che i libri entrino per caso nella nostra vita e ci rimangano fino a che non siamo pronti a leggerli.
“Inchiostro”, nel mio caso, è solo l’ultimo di tanti esempi che potrei fare a sostegno di questa mia tesi.
L’ho acquistato un po’ di tempo fa grazie ad un’offerta lampo su Amazon poi, complice un periodo in cui avevo voglia di leggere solo cartacei e, successivamente, la rottura del mio e-reader, questo romanzo breve è stato a prendere polvere virtuale fino ad oggi quando, in pausa pranzo, l’ho iniziato e l’ho finito nel tempo di un soffio.

Spiegare cosa racconta questo romanzo è un po’ complicato perché la storia è assurda e surreale, ma alla fine quello che ne ho dedotto io, quello che secondo me è il messaggio di fondo che l’autore vuole trasmettere, è che i libri sono tanto preziosi e tanto importanti perché ognuno di noi riesce a leggere dentro di essi ciò che vuole, ciò di cui ha bisogno in quel preciso momento. È per questo che i libri sono tanto potenti e tanto fondamentali, perché hanno il potere di salvarci la vita, di farci ridere, di farci piangere, di farci riflettere, di prendere decisioni che rimandiamo da tanto tempo. Succede agli strambi e improbabili personaggi inventati da Fernando Trìas de Bes, ma è capitato anche a me, più di una volta, di trovare aiuto e conforto tra le pagine dei romanzi; e mi è anche capitato di trovare dentro di essi il coraggio di prendere decisioni che rimandavo da tempo.

Non è un libro molto conosciuto, ma vi consiglio davvero di leggerlo con attenzione, superando quella fase iniziale di “ma che sta a dì?!” che inevitabilmente vi coglierà dopo le prime pagine, perché è un romanzo che merita davvero tanto.

lunedì 15 aprile 2013

Tu che m'hai preso il cuor

Titolo: Stoner
Titolo originale: Stoner
Autore: John E. Williams
Traduttore: S. Tummolini
Editore: Fazi
Pagine: 332
Data di pubblicazione: 22 Febbraio 2012
ISBN: 9788864112367
Prezzo: 17.50 €

Sinossi:
William Stoner ha una vita che sembra essere assai piatta e desolata. Non si allontana mai per più di centocinquanta chilometri da Booneville, il piccolo paese rurale in cui è nato, mantiene lo stesso lavoro per tutta la vita, per quasi quarantanni è infelicemente sposato alla stessa donna, ha sporadici contatti con l'amata figlia e per i suoi genitori è un estraneo, per sua ammissione ha soltanto due amici, uno dei quali morto in gioventù. Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante. Come riesce l'autore in questo miracolo letterario? A oggi ho letto Stoner tre volte e non sono del tutto certo di averne colto il segreto, ma alcuni aspetti del libro mi sono apparsi chiari. E la verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria. E il caso che abbiamo davanti. (Dalla postfazione di Peter Cameron)

Io amo viaggiare, sia in senso lato che in senso stretto. Mi piace prendere un aereo che mi porta in posti lontani o relativamente vicini, mi piace salire sul bus e accomodarmi vicino al finestrino e mi piacerebbe anche viaggiare in treno se non facesse tutti i ritardi mostruosi che fa. Ma mi piace anche viaggiare in macchina, sempre da passeggero però così posso godermi il paesaggio che scorre al di là del finestrino. Quando attraverso le città o i piccoli paesi, mi piace osservare le persone che, indaffarate, affollano i marciapiedi, entrano nei negozi, attraversano la strada guardando l'orologio. Registro tutto questo e poi, per ognuno di loro, immagino il proseguimento della loro giornata inventando situazioni e dialoghi di una vita comune non dissimile dalla mia.


Leggere Stoner per me è stato esattamente come sedermi sul sedile del bus o della macchina, appoggiare la fronte al finestrino e vedervi scorrere attraverso la vita di quest'uomo tanto banale quanto straordinario.
Perché in questo romanzo non succede nulla di eccitante, di eccezionale e di avventuroso ma la banale normalità della vita ti travolge e ti avvolge come solo grandi capolavori riescono a fare.

William Stoner è un ragazzo di campagna che studia e lavora alla fattoria dei genotiri. Una giorno, a tavola, il padre gli dice di essere venuto a conoscenza del fatto che all'università di Columbia è stata aperta la facoltà di agraria e lo esorta ad iscriversi, così imparerà il necessario per mandare avanti al meglio la fattoria paterna.
Stoner accetta la proposta, si trasferisce dai cugini e comincia a frequentare l'università.
Passando il tempo, però, capisce che quello che gli interessa veramente non è l'agraria, ma la letteratura e così cambia il suo corso di studi senza dire nulla a suo padre, anche se dentro di se ha già maturato la certezza che non tornerà a lavorare alla fattoria, ma si fermerà all'università per proseguire gli studi ed insegnare all'interno della stessa.


Durante il dottorato farà amicizia con due compagni di studi, Finch e Masters, che a differenza sua si arruoleranno per partecipare attivamente alla guerra. Dei due tornerà solo Finch e, sebbene possa sembrare che Stoner vada più d'accordo con Masters, negli anni Finch si rivelerà un amico leale e sincero, pronto a schierarsi dalla sua parte quando servirà.


La vita di Stoner prosegue senza grandi novità, senza alcun brivido, senza alcuna avventura fino al giorno in cui, partecipando ad una festa, conosce Edith. Per William è amore a prima vista: è conquistato dalla sua bellezza e magnetizzato dai suoi occhi. Non riesce a distogliere lo sguardo e chiede all'amico Finch di presentargliela.
I due giovani, un po' impacciati, iniziano a conversare e Stoner le chiede il permesso di farle visita ancora altre volte. Edith accetta e così inizia un corteggiamento strano e disperato che porterà ad un matrimonio altrettanto disperato e infelice.


William farà di tutto per cercare di capire quella creatura complicata e fragile che ha sposato, ma ogni suo tentativo sarà vano e i due troveranno un loro equilibrio che li aiuterà a rendere sopportabile il loro stato di marito e moglie, ma non impedirà ad Edith di comportarsi in modo sgradevole e iniziare contro di lui una battaglia che li porterà ad allontanarsi inesorabilmente ed irrimediabilmente.


L'esistenza di Stoner prosegue così, piatta e senza un senso apparente quando anche l'amore e la compagnia dell'adorata figlia gli vengono sottratti, fino a che non trova l'amore, quello vero, tra le braccia di una giovanne donna che decide di frequentare uno dei suoi seminari.


Inimicatosi un suo collega, Lomax, poiché aveva apertamente osteggiato la candidatura per il dottorato di un suo protetto, Stoner si vedrà rendere pan per focaccia e sarà costretto a rinunciare alla felicità tanto sperata e tanto tardi arrivata.


E così la vita di quest'uomo troppo presto invecchiato continua sui suoi binari ordinari e prosegue senza altri compi di scena, fino al finale che vedrà il perdono e la riconciliazione con tutti gli antagonisti arrivare nel peggiore dei modi.


Citando Tom Hanks:
“Stoner è semplicemente un romanzo che parla di un ragazzo che va all’università e diventa professore. Eppure è una delle cose più affascinanti che vi capiterà di leggere”.
 Ed è vero, non è niente di più che la narrazione di una vita ordinaria e comune, che scorre con la sua quotidianità, la sua lentezza e la sua normalità. Eppure l'esistenza di William Stoner ti entra dentro e si scava un posticino tutto suo nel quale si accomoda e dal quale non se ne andrà tanto facilmente.

giovedì 11 aprile 2013

Non tutte le ciambelle escono col buco: quando alcuni libri proprio non ci vanno giù.


Nell'attesa di lanciarmi in quella che sarà un'appassionata recensione del libro che sto leggendo adesso (trattasi di Stoner, che già vi consiglio spassionatamente anche se non l'ho ancora finito), ho deciso di parlarvi di due libri che ho letto poco tempo fa e che mi hanno lasciato l'amaro in bocca, seppur per motivi differenti.


Il primo dei due è "Mirtilli a colazione" di Meg Mitchell Moore che ho visto per la prima volta sul periodico de "Il Libraio" l'anno scorso. Come al solito sono rimasta fregata dal titolo italiano bellissimo che, nell'originale, è in realtà "The Arrivals" e che renderebbe decisamente meglio quella che è la storia che viene narrata.
Intendiamoci, un vago profumo di mirtilli tra le pagine si sente e in una recensione trovata sul web si diceva che il momento della colazione è uno dei pochi attimi in cui la famiglia si ritrova insieme intorno al tavolo, in intimità e confidenza. E, tutto sommato, ci può anche stare anche se la famiglia di cui si parla di colazioni insieme non ne fa nemmeno una.

In breve, in questo romanzo si racconta di un tranquillo giorno di inizio estate in cui Ginny e William si ritrovano in casa la figlia più grande Lilian con i suoi due figli Olivia e Philip. La donna è scappata da casa abbandonando il marito, dopo aver scoperto che questo l’ha tradita con la sua giovane e magra segretaria.
Qualche giorno dopo arriva anche Stephen, il figlio di mezzo, con la moglie incinta di sette mesi. Lui è un editor freelance, lei un’affermata donna in carriera che guadagna di più; è per questo che hanno deciso, di comune accordo, che lei tornerà a lavorare dopo appena un mese dal parto e sarà Stephen ad occuparsi del bambino e lasciare il lavoro.
Ultima ad arrivare è Rachel che vive a New York, ha un lavoro più o meno soddisfacente, una storia d’amore finita e un aborto spontaneo capitato poco tempo dopo aver scoperto di essere incinta. Tutto questo, tutto insieme, è troppo e così decide di rifugiarsi anche lei a casa dei genitori.

Quello che ne viene fuori è una quotidianità incasinata e chiassosa in cui William e Ginny si trovano a ricordare i loro figli da piccoli, rivivono il loro allontanamento e l’improvviso ritorno a casa come un desiderio tanto agognato ma forse non proprio voluto.

Quello che manca, però, e che secondo me è fondamentale, è il dialogo che si ha tra genitori e figli, quello che inizia da piccoli e che cresce e si modifica insieme ai bambini che diventano grandi. Nella mia testa, se i figli stanno attraversando un periodo un po' così e decidono di tornare a casa dei genitori, in quel nido di protezione e calore nel quale si sentono bene e sicuri, implica che hanno anche voglia di parlare dei loro problemi con la mamma e col papà per avere un confronto e un conforto. O per lo meno, questo è quello che farei io, ma probabilmente non è quello che si prova in America, dove i figli lasciano la casa paterna e diventano indipendenti molto prima che qui da noi in Italia e, forse, quel cordone ombelicale che lega genitori e figli si spezza prima e in un modo pressoché definitivo.
Forse a causa di questo modo diverso di interpretare la famiglia e l'aiuto che può dare, non sono riuscita ad apprezzare fino in fondo questo romanzo che, tra l'altro, ho anche trovato un po' piatto, sommario e superficiale.


Il secondo libro è "Io prima di te" di Jojo Moyes, per commentare il quale devo raccogliere tutta la calma zen di cui sono dotata, altrimenti rischio di scrivere uno srpoloquio ingiurioso più che un commento sensato e ragionato.

Ci sono libri dai quali mi tengo a distanza automaticamente non appena vedo la loro copertina e il titolo. Sono quei libri che, attraverso questi due elementi, esprimono già appieno il loro contenuto e io di solito non mi avvicino a  quelli pseudo harmony, ai libri erotici che adesso vanno tanto di moda, ai fantasy e alle storie d’amore troppo stucchevoli e troppo sdolcinate.
Ecco perché non avrei mai letto questo libro se a chiedermelo non fosse stata Sonia (che adesso mi deve decisamente una pizza!), che lo ha letto, non lo ha apprezzato (a differenza di molte altre persone) e aveva bisogno di un parere “fidato”.

Protagonista di questa storia è Louisa, una ragazza di ventisei anni ingabbiata nella sua routine quotidiana, che vive all’ombra di una sorella più intelligente, con un padre sarcastico che la prende in giro, una madre ossessionata dalla pulizia e un fidanzato ossessionato dallo sport e dalla forma fisica.
E poi c’è Will, un ragazzo giovane, bello, ricco e amante della vita fino al midollo. Una mattina, mentre sta andando a lavoro, una moto lo investe rendendolo tetraplegico.
Le loro strade si incontrano quando Lou perde il lavoro alla caffetteria e si iscrive ad un centro per l’impiego. Dopo diversi tentativi falliti, le propongono un lavoro di sei mesi dove dovrà fare compagnia ad un tetraplegico. La ragazza è titubante nonostante le abbiano assicurato e precisato che non dovrà somministrare medicine o occuparsi dell’igiene intima del paziente, ma alla fine, sotto l’insistenza dei genitori, cede e accetta il lavoro.
Inutile dire che tra Will e Lou non sarà amore a prima vista, ma lui si comporterà in modo sgradevole ed irritante fino a che… non vi svelo nulla, perché sapete già come andrà a finire: qualsiasi coma immaginiate possa succedere, succederà.

Questo romanzo è l’insieme di tutti i luoghi comuni presenti nei romanzi rosa cui l’autrice ha voluto aggiungere una nota ancora più tragica: la tetraplegia. Quello che è arrivato a me e che mi ha decisamente irritata, è che l'autrice, consapevole di star scrivendo l'ennesimo banale romanzetto rosa, abbia avuto la bella pensata di inserire l'incidente e la paralisi di Will per riabilitare in qualche il romanzo insulso che in realtà è. E a quanto pare ha funzionato perché sono davvero in tanti ad aver amato questo libro. E, per carità, una lacrimuccia alla fine l'ho versata anch'io, ma il sillogismo verso una lacrima per i bei libri, ho pianto per "Io prima di te", allora io prima di te è un bel libro secondo me non funziona proprio per nulla. Perché un romanzo che parla di tetraplegia, di morte dolce, di sentimenti può anche far piangere all'ultima pagina, ma deve anche aver toccato corde profonde prima, cosa che questo libro non ha fatto essendo composto da una serie infinita di luoghi comuni e banalità degne di un qualsiasi feuilleton di bassa lega.
Cigliegina sulla torta, se qualcuno di voi ha letto “Il diavolo custode” non farà alcuna fatica a trovare un sacco di somiglianze e analogie tra la storia di William e quella di Philippe. L’unica accortezza della Moyes è stata quella di sostituire l’amicizia con l’amore creando una storia prevedibile e insulsa dalla prima all’ultima pagina. E non avete idea l'ira funesta che ha suscitato in me questa scopiazzatura nemmeno troppo velata fatta nei confronti di un libro che io ho amato molto.
Insomma, ascoltate me, state alla larga da questa fregatura perché ci sono davvero un sacco di altri romanzi che parlano d'amore e che sono decisamente più belli e più meritevoli di questo.