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lunedì 27 maggio 2013

Il Meglio della Vita - Rona Jaffe

Titolo: Il meglio della vita
Titolo originale: The Best of Everything
Autore: Rona Jaffe
Traduttore: M. Bonetti
Editore: Beat
Pagine: 543
Data di pubblicazione: 20 Marzo 2012
ISBN: 9788865590812
Prezzo: 9.00 €


Sinossi:
Nel cuore di Manhattan, in un grattacielo moderno firmato Mies Van Der Rohe, negli uffici di una casa editrice decisamente glamour, tre ragazze svolgono con distratta grazia il loro lavoro, sognando di conquistare tutto quello che ogni giovane donna può desiderare, all'alba degli anni Cinquanta, a New York: "the best of everything", il meglio della vita, il meglio di ogni cosa. In interni dalle geometrie déco, che sembrano quadri di Mondrian, si aggirano Caroline Bender, una ragazza di buona famiglia che spera di far carriera prima che il suo giovane amico si decida a sposarla, e la candida April Morrison, una ragazza texana la cui innocenza sfiora la più disarmante ingenuità. Le due giovani donne in carriera fanno amicizia e si trasferiscono in un appartamento comune nel centro di Manhattan insieme alla collega Gregg Adams, che diviene presto il terzo membro del trio dopo aver messo al corrente Caroline e April dei suoi disperati tentativi di introdursi nel feroce milieu di Broadway e di sedurre David Savage, affascinante sceneggiatore playboy.

Mi capita sempre, ogni volta che mi ritrovo tra le mani un libro che mi travolge e che ho scoperto per puro caso tra gli scaffali di una libreria, di pensare a quanto sia strano il mondo delle case editrici e il loro marketing. Non scopro l'acqua calda se vi porto alcuni esempi di libri brutti che sono apparsi in ogni vetrina, di cui hanno fatto anche pubblicità in tv e di cui ci ritroviamo la copertina e super slogan su ogni giornale e praticamente in ogni dove. E poi, per puro caso, mentre ti fai un giro alla Feltrinelli in un grosso centro commerciale, vedi un romanzo che spunta, con un titolo accattivante, una copertina bellissima e leggi che è ambientato a New York all'inizio degli anni '50, che le protagoniste sono giovani donne che si affacciano alla vita, che lavorano in una casa editrice e non puoi fare a meno di comprarlo e iniziare a leggerlo immediatamente. Poi ne vieni travolta come non ti capita da tanto tempo, guardi su aNobii e vedi che sono solo in 89 ad averlo letto, su internet le recensioni si contano sulle dita di una mano e ti ritrovi a chiederti "Perché alcuni libri che non andrebbero nemmeno usati come ferma porta vengono messi sotto il naso di tutti senza ritegno, mentre altri decisamente più meritevoli restano nascosti nell'ombra?".
So che è una domanda che non mi pongo solo io e che rimarrà senza una risposta plausibile, ma io sono polemica e ogni tanto devo polemizzare.

The Best of Everything è il titolo originale di questo romanzo, Il meglio di tutto. E' questo quello che ci si aspetta dalla vita quando, poco più che diciottenni, ci si affaccia alla vita adulta. Ora come allora si pensa di avere il mondo in pugno, si vuole mordere la vita e realizzare ogni sogno nel cassetto, anche il più piccolo.
Ed è per questo che Caroline, Gregg, Mary Agnes, Brenda e April si trasferiscono a New York e vanno a lavorare alla Fabian, importante casa editrice con sede in città. Hanno tutte finito da poco il liceo e si stanno affanciando, un po' timide, nel mondo degli adulti.
Il loro sogno più grande è quello di trovare un uomo, un principe azzurro che sappia amarle, che le porti via da quel lavoro che è solo momentaneo e che dia loro dei figli da amare e crescere come vuole la società. E anche chi, come Caroline, preferisce fare carriera e percorrere, gradino dopo gradino, la scala del successo, è inevitabilmente combattuta tra lo "sto bene da sola" e il "mi sento incompleta senza un uomo".
Le conosciamo all'inizio del 1952 e, attraverso le pagine che scorrono sotto i nostri occhi senza che quasi ce ne accorgiamo, le lasciamo a malincuore a dicembre del 1954 tutte cresciute, tutte molto cambiate, tutte segnate dalle esperienze che hanno vissuto e le hanno fatte crescere in questi due anni.
Dove ci sono le donne non possono di certo mancare gli uomini che affollano le pagine di questo romanzo e che dovrebbero essere i sostegni di queste cinque ragazze all'apparenza fragili. E, invece, veniamo a scoprire presto che una donna può piegarsi fino all'estremo ma mai spezzarsi, mentre un uomo è incline a scappare prima che sia troppo tardi, a darsi fino ad un certo punto e mai completamente perché non vuole più soffire, a dirsi soddisfatto delle proprie scelte perché la ragazza che amava si presentava in un modo e invece viene a scoprire che era tutto in un altro, senza però fermarsi a pensare che è stato proprio lui ad influenzare determinate scelte.
Certo, qualcuno è anche in grado di prendersi le proprie responsabilità, di avere il coraggio di ammettere che la propria vita non è poi così perfetta come si vuol credere e dare una svolta a tutto per cambiare le cose. Ma prima qualcuno ha dovuto soffrire.

Alla fine del libro c'è una postfazione che racconta come sia nato il romanzo e un po' della vita dell'autrice. Tra le altre cose, viene anche detto che questo romanzo appartiene al genere chick lit, definizione assai litimativa e anche un po' offensiva a mio avviso.
Questo romanzo non è assolutamente un libricino da quattro soldi che racconta le avventure di cinque sgallettate in modo che altrettante sgallettate lo possano comprare per passare un po' di tempo a leggere. Queste pagine non lasciano il tempo che trovano, anzi, ti portano a riflettere sulla vita di ieri e di oggi. E, cosa molto strana per me, pur non condividendo il pensiero di tutte le protagoniste, e cioè che una donna è completa solo se ha un uomo accanto, l'ho letto senza mai provare fastidio, senza mai sentire nascere e crescere l'antipatia verso una delle cinque protagoniste. Mi sono entrate tutte quante nel cuore e lì le porterò per un bel po' di tempo, insieme alle loro avventure e disavventure, alle loro sofferenze e alle loro felicità, ai loro odi e ai loro amori.

venerdì 10 maggio 2013

La Briscola in Cinque - Marco Malvaldi

Titolo: La briscola in cinque
Autore: Marco Malvaldi
Editore: Sellerio
Pagine: 163
Data di pubblicazione: 01 Gennaio 2007
ISBN: 9788838922190
Prezzo: 12.00 €

Sinossi:
La rivalsa dei pensionati. Da un cassonetto dell'immondizia in un parcheggio periferico, sporge il cadavere di una ragazza giovanissima. Siamo in un paese della costa intorno a Livorno, l'immaginaria Pineta, "diventata località balneare di moda a tutti gli effetti, e quindi la Pro Loco sta inesorabilmente estinguendo le categorie dei vecchietti rivoltandogli contro l'architettura del paese: dove c'era il bar con le bocce hanno messo un discopub all'aperto, in pineta al posto del parco giochi per i nipoti si è materializzata una palestra da body-building all'aperto, e non si trova più una panchina, solo rastrelliere per le moto". L'omicidio ha l'ovvio aspetto di un brutto affare tra droga e sesso, anche a causa della licenziosa condotta che teneva la vittima, viziata figlia di buona famiglia. E i sospetti cadono su due amici della ragazzina nel giro delle discoteche. Ma caso vuole che, per amor di maldicenza e per ammazzare il tempo, sul delitto cominci a chiacchierare, discutere, contendere, litigare e infine indagare il gruppo dei vecchietti del BarLume e il suo barista. In realtà è quest'ultimo il vero svogliato investigatore. I pensionati fanno da apparato all'indagine, la discutono, la spogliano, la raffinano, passandola a un comico setaccio di irriverenze. Sicché, sotto all'intrigo giallo, spunta la vita di una provincia ricca, civile, dai modi spicci e dallo spirito iperbolico, che sopravvive testarda alla devastazione del consumismo turistico modellato dalla televisione.

Martedì mattina, dopo essere stata dal medico causa tendinite acuta al piede destro ed essere passata in farmacia a prendere i cerotti all'ibuprofene, che, detto tra noi, lasciano un po' il tempo che trovano, mi sono concessa un meritato caffè nel bar pasticceria del mio paese.
Mentre arrancavo zoppicando verso il bancone, ho notato due simpatiche vecchiette sedute al tavolino più tattico di tutto il locale: quello che fa angolo con le due vetrine che si affacciano sulla piazza ed è pure di fianco alla porta d'ingresso. Riassunto in breve: una vista a 360° sulla vita del paese.
Il giorno dopo, quando ho iniziato a leggere La briscola in cinque, ho ripensato con un sorrisso a quelle due signore che reincarnavano, in tutto e per tutto, l'allegra combriccola di vecchini che si appostano tutto il giorno al BarLume in quel di Pineta.

Nonno Ampelio, il Del Tacca, Aldo e il Rimediotti si apposta tutti i giorni della loro vita ai tavolini del bar di Massimo, nipote di Ampelio, e passano le giornate a giocare a carte e a farsi i fatti degli altri. Figuriamoci cosa non succede quando, una mattina d'estate, un ragazzo del tutto sbronzo entra nel bar di Massimo che sta rassettando il locale per chiuderlo e andare a casa a dormire e gli chiede di usare il telefono. Il barrista glielo indica e ascolta la conversazione che, più o meno, fa così: "C'è una ragazza morta in un cassonetto... sì, sono ubriaco, ma c'è davvero una ragazza morta nel cassonetto... hanno riattaccato".
Massimo, pur essendosi fatto un'idea chiara della quantità di alcol che circola nelle vene del ragazzo, decide di dargli retta e si fa accompagnare nel parcheggio della pineta per verificare lui stesso che un cadavere c'è davvero. E lo trova.
Comincia così un'indagine di polizia, congiunta con le scoperte di Massimo e i pettegolezzi della banda della briscola del BarLume.

Inutile starvi a precisare che quello che ne viene fuori è un romanzo davvero spassoso e divertente che si legge in poco tempo e col sorriso sulle labbra.
Mi è piaciuto davvero davvero tanto questo piccolo libro anche perché è ambientato in Toscana, in un paese di mare, che mi ricorda tanto la mia amata Viareggio e il fatto che i dialoghi tra i vecchietti siano scritti nella parlata toscana, non ha fatto altre che aumentare il mio entusiasmo. Mio marito è di origine toscana e martedì sera ci siamo messi a leggere insieme i dialoghi ad alta volce: è stato spassosissimo!
Comunque, a parte questi scorci di vita domestica, io vi consiglio di leggerlo, sia che amiate i gialli sia che non li amiate, perché in realtà il delitto è solo lo spunto da cui parte quel contorno spassoso e divertente che solo la vita in un piccolo paese, con i suoi pensionati pettegoli, può creare.

mercoledì 17 aprile 2013

"E di che cosa sono fatte le parole?" "Di inchiostro."

Titolo: Inchiostro
Titolo originale: Tinta
Autore: Fernando Trìas De Bes
Traduttore: G. Bassi
Editore: Rizzoli
Pagine: 156
Data di pubblicazione: 20 Marzo 2012
ISBN: 9788817056052
Prezzo: 12.00 €


Sinossi:
Nella Magonza di inizio Novecento, Johann Walbach, libraio, cerca una spiegazione alle proprie sofferenze tra le pagine dei suoi amati volumi, depositari di ogni ragione, desiderio e sfumatura dell'animo umano. Un giorno, Walbach incontra un matematico impegnato in un'impresa analoga: trovare una risposta ultima e definitiva al dolore che lo schiaccia, affidandosi al sublime linguaggio dei numeri e delle formule algebriche. Con l'aiuto di uno stampatore, uno scrittore, un editore e di una donna sedotta dal potere dell'inchiostro, i due raggiungeranno un risultato straordinario: un libro dei libri, in grado di spiegare il vero motivo di ogni cosa. 

Penso di averlo già detto mille volte che sono convinta che i libri entrino per caso nella nostra vita e ci rimangano fino a che non siamo pronti a leggerli.
“Inchiostro”, nel mio caso, è solo l’ultimo di tanti esempi che potrei fare a sostegno di questa mia tesi.
L’ho acquistato un po’ di tempo fa grazie ad un’offerta lampo su Amazon poi, complice un periodo in cui avevo voglia di leggere solo cartacei e, successivamente, la rottura del mio e-reader, questo romanzo breve è stato a prendere polvere virtuale fino ad oggi quando, in pausa pranzo, l’ho iniziato e l’ho finito nel tempo di un soffio.

Spiegare cosa racconta questo romanzo è un po’ complicato perché la storia è assurda e surreale, ma alla fine quello che ne ho dedotto io, quello che secondo me è il messaggio di fondo che l’autore vuole trasmettere, è che i libri sono tanto preziosi e tanto importanti perché ognuno di noi riesce a leggere dentro di essi ciò che vuole, ciò di cui ha bisogno in quel preciso momento. È per questo che i libri sono tanto potenti e tanto fondamentali, perché hanno il potere di salvarci la vita, di farci ridere, di farci piangere, di farci riflettere, di prendere decisioni che rimandiamo da tanto tempo. Succede agli strambi e improbabili personaggi inventati da Fernando Trìas de Bes, ma è capitato anche a me, più di una volta, di trovare aiuto e conforto tra le pagine dei romanzi; e mi è anche capitato di trovare dentro di essi il coraggio di prendere decisioni che rimandavo da tempo.

Non è un libro molto conosciuto, ma vi consiglio davvero di leggerlo con attenzione, superando quella fase iniziale di “ma che sta a dì?!” che inevitabilmente vi coglierà dopo le prime pagine, perché è un romanzo che merita davvero tanto.

giovedì 11 aprile 2013

Non tutte le ciambelle escono col buco: quando alcuni libri proprio non ci vanno giù.


Nell'attesa di lanciarmi in quella che sarà un'appassionata recensione del libro che sto leggendo adesso (trattasi di Stoner, che già vi consiglio spassionatamente anche se non l'ho ancora finito), ho deciso di parlarvi di due libri che ho letto poco tempo fa e che mi hanno lasciato l'amaro in bocca, seppur per motivi differenti.


Il primo dei due è "Mirtilli a colazione" di Meg Mitchell Moore che ho visto per la prima volta sul periodico de "Il Libraio" l'anno scorso. Come al solito sono rimasta fregata dal titolo italiano bellissimo che, nell'originale, è in realtà "The Arrivals" e che renderebbe decisamente meglio quella che è la storia che viene narrata.
Intendiamoci, un vago profumo di mirtilli tra le pagine si sente e in una recensione trovata sul web si diceva che il momento della colazione è uno dei pochi attimi in cui la famiglia si ritrova insieme intorno al tavolo, in intimità e confidenza. E, tutto sommato, ci può anche stare anche se la famiglia di cui si parla di colazioni insieme non ne fa nemmeno una.

In breve, in questo romanzo si racconta di un tranquillo giorno di inizio estate in cui Ginny e William si ritrovano in casa la figlia più grande Lilian con i suoi due figli Olivia e Philip. La donna è scappata da casa abbandonando il marito, dopo aver scoperto che questo l’ha tradita con la sua giovane e magra segretaria.
Qualche giorno dopo arriva anche Stephen, il figlio di mezzo, con la moglie incinta di sette mesi. Lui è un editor freelance, lei un’affermata donna in carriera che guadagna di più; è per questo che hanno deciso, di comune accordo, che lei tornerà a lavorare dopo appena un mese dal parto e sarà Stephen ad occuparsi del bambino e lasciare il lavoro.
Ultima ad arrivare è Rachel che vive a New York, ha un lavoro più o meno soddisfacente, una storia d’amore finita e un aborto spontaneo capitato poco tempo dopo aver scoperto di essere incinta. Tutto questo, tutto insieme, è troppo e così decide di rifugiarsi anche lei a casa dei genitori.

Quello che ne viene fuori è una quotidianità incasinata e chiassosa in cui William e Ginny si trovano a ricordare i loro figli da piccoli, rivivono il loro allontanamento e l’improvviso ritorno a casa come un desiderio tanto agognato ma forse non proprio voluto.

Quello che manca, però, e che secondo me è fondamentale, è il dialogo che si ha tra genitori e figli, quello che inizia da piccoli e che cresce e si modifica insieme ai bambini che diventano grandi. Nella mia testa, se i figli stanno attraversando un periodo un po' così e decidono di tornare a casa dei genitori, in quel nido di protezione e calore nel quale si sentono bene e sicuri, implica che hanno anche voglia di parlare dei loro problemi con la mamma e col papà per avere un confronto e un conforto. O per lo meno, questo è quello che farei io, ma probabilmente non è quello che si prova in America, dove i figli lasciano la casa paterna e diventano indipendenti molto prima che qui da noi in Italia e, forse, quel cordone ombelicale che lega genitori e figli si spezza prima e in un modo pressoché definitivo.
Forse a causa di questo modo diverso di interpretare la famiglia e l'aiuto che può dare, non sono riuscita ad apprezzare fino in fondo questo romanzo che, tra l'altro, ho anche trovato un po' piatto, sommario e superficiale.


Il secondo libro è "Io prima di te" di Jojo Moyes, per commentare il quale devo raccogliere tutta la calma zen di cui sono dotata, altrimenti rischio di scrivere uno srpoloquio ingiurioso più che un commento sensato e ragionato.

Ci sono libri dai quali mi tengo a distanza automaticamente non appena vedo la loro copertina e il titolo. Sono quei libri che, attraverso questi due elementi, esprimono già appieno il loro contenuto e io di solito non mi avvicino a  quelli pseudo harmony, ai libri erotici che adesso vanno tanto di moda, ai fantasy e alle storie d’amore troppo stucchevoli e troppo sdolcinate.
Ecco perché non avrei mai letto questo libro se a chiedermelo non fosse stata Sonia (che adesso mi deve decisamente una pizza!), che lo ha letto, non lo ha apprezzato (a differenza di molte altre persone) e aveva bisogno di un parere “fidato”.

Protagonista di questa storia è Louisa, una ragazza di ventisei anni ingabbiata nella sua routine quotidiana, che vive all’ombra di una sorella più intelligente, con un padre sarcastico che la prende in giro, una madre ossessionata dalla pulizia e un fidanzato ossessionato dallo sport e dalla forma fisica.
E poi c’è Will, un ragazzo giovane, bello, ricco e amante della vita fino al midollo. Una mattina, mentre sta andando a lavoro, una moto lo investe rendendolo tetraplegico.
Le loro strade si incontrano quando Lou perde il lavoro alla caffetteria e si iscrive ad un centro per l’impiego. Dopo diversi tentativi falliti, le propongono un lavoro di sei mesi dove dovrà fare compagnia ad un tetraplegico. La ragazza è titubante nonostante le abbiano assicurato e precisato che non dovrà somministrare medicine o occuparsi dell’igiene intima del paziente, ma alla fine, sotto l’insistenza dei genitori, cede e accetta il lavoro.
Inutile dire che tra Will e Lou non sarà amore a prima vista, ma lui si comporterà in modo sgradevole ed irritante fino a che… non vi svelo nulla, perché sapete già come andrà a finire: qualsiasi coma immaginiate possa succedere, succederà.

Questo romanzo è l’insieme di tutti i luoghi comuni presenti nei romanzi rosa cui l’autrice ha voluto aggiungere una nota ancora più tragica: la tetraplegia. Quello che è arrivato a me e che mi ha decisamente irritata, è che l'autrice, consapevole di star scrivendo l'ennesimo banale romanzetto rosa, abbia avuto la bella pensata di inserire l'incidente e la paralisi di Will per riabilitare in qualche il romanzo insulso che in realtà è. E a quanto pare ha funzionato perché sono davvero in tanti ad aver amato questo libro. E, per carità, una lacrimuccia alla fine l'ho versata anch'io, ma il sillogismo verso una lacrima per i bei libri, ho pianto per "Io prima di te", allora io prima di te è un bel libro secondo me non funziona proprio per nulla. Perché un romanzo che parla di tetraplegia, di morte dolce, di sentimenti può anche far piangere all'ultima pagina, ma deve anche aver toccato corde profonde prima, cosa che questo libro non ha fatto essendo composto da una serie infinita di luoghi comuni e banalità degne di un qualsiasi feuilleton di bassa lega.
Cigliegina sulla torta, se qualcuno di voi ha letto “Il diavolo custode” non farà alcuna fatica a trovare un sacco di somiglianze e analogie tra la storia di William e quella di Philippe. L’unica accortezza della Moyes è stata quella di sostituire l’amicizia con l’amore creando una storia prevedibile e insulsa dalla prima all’ultima pagina. E non avete idea l'ira funesta che ha suscitato in me questa scopiazzatura nemmeno troppo velata fatta nei confronti di un libro che io ho amato molto.
Insomma, ascoltate me, state alla larga da questa fregatura perché ci sono davvero un sacco di altri romanzi che parlano d'amore e che sono decisamente più belli e più meritevoli di questo.




lunedì 4 febbraio 2013

La mensola di Febbraio - Elisa

Comincia un nuovo mese. Febbraio non mi è mai piaciuto, non mi sa nè di cane nè di pesce... Si avverte un cambiamento nel ritmo dell'inverno, le giornate si fanno più lunghe, ma la primavera è ancora troppo lontana.
Come ogni inizio del mese, faccio un po' il punto e organizzo le letture, cercando un giusto equilibrio fra i consigli di lettura, le sfide di Anobii, gruppi di lettura e il mio estro personale ;)


Sfida dei classici
Il mio classico di febbraio è PERSUASIONE, di Jane Austen. Proprio nel mese in cui si festeggiano i duecento anni del grande capolavoro della scrittrice inglese (mi riferisco ovviamente ad "Orgoglio e pregiudizio"). Questo libro mi permette di cominciare anche la sfida dell'alfabeto, in virtù dell'iniziale dell'autrice.

Sfida dell'alfabeto
Oltre alla Austen, leggerò E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA, di Heinrich Boll (e mi piacerebbe poter mettere i due puntini sulla o, come in realtà si dovrebbe fare). Non anticipo nulla della trama, vi dico solo che tratta del racconto di una coppia separata che si ritrova dopo anni, che è considerato il capolavoro di Boll (con due puntini) e che contiene perle come questa:

"Vorrei sapere per esempio perché mi hai sposata." "Per via della colazione" spiegai. "Cercavo qualcuno con cui poter fare colazione per tutta la vita, e la mia scelta – così si dice, no? – cadde su di te. Sei stata una magnifica compagna di colazioni. E con te non mi sono mai annoiato. Neanche tu con me, spero."

Gruppo di lettura
Come ho già avuto modo di raccontare, la scelta è caduta su "Dracula" di Bram Stoker: cominciato in effetti gli ultimi giorni di febbraio, mi terrà occupata fino a fine mese.

Sfida dei buoni propositi
Tra i miei buoni propositi figura King (ovvio, non sarei io, altrimenti). Leggerò L'INCENDIARIA, uno tra i suoi romanzi più vecchi ( e migliori).

Consigli di lettura
A volte devo essere sottoposta ad un po' di coercizione, per cominciare un libro... Capita che non mi ispiri, non mi piaccia la copertina (lo so, sono un essere orrendo), che mi stia antipatico a prescindere e si trovi nella mia libreria per qualche strano motivo. Allora mi iscrivo su Anobii ai "consigli di lettura": un utente fruga fra i miei titoli e me ne consiglia qualcuno. A volte mi ricredo, a volte no. In ogni caso, leggo. E questo mese leggerò LA CITTà DELLE BESTE di Isabel Allende, AVVERSARIO SEGRETO di Agatha Christie e ARRIVEDERCI PICCOLE DONNE di Marcela Serrano.


-Elisa

sabato 26 gennaio 2013

Leggere è inutile e nuoce gravemente alla salute?


Sembra che ultimamente sia in atto una vera e propria battaglia contro chi legge: su facebook nascono pagine che proclamano l'inutilità dei libri a favore di dei film, nel pensare comune i lettori vengono visti come disadattati asociali che vivono solo ed esclusivamente per i libri e nel mondo dei libri e si tende a guardare un po' di traverso le persone che viaggiano sempre con un libro in mano e leggono ogni volta che possono, neanche fossero affette da una strana e incurabile malattia.
Girovagando un po' in rete ho trovato alcuni articoli che mi hanno offerto spunti interessanti per scrivere questo post.

Uno è tratto da Il Giornale, è stato scritto da Luigi Mascheroni e risale a un po' di anni fa. Ve lo riporto qui di seguito:

La verità, contrariamente a quello che pensa la maggior parte della gente, è che i libri sono pericolosi. Non soltanto spesso sono inutili, ma addirittura possono fare danni, persino peggiori di quelli prodotti dall’ignoranza. Leggere fa male, molto male.

È un concetto difficile da accettare, soprattutto in tempi come i nostri di bestsellerismo imperante, di editoria over-size, di mega-store pieni zeppi di «novità», di super festival del libro e della letteratura (dove tutti vogliono vedere, già meno ascoltare, quasi mai leggere). Un concetto difficile da accettare in un Paese come il nostro dove si pubblicano tra i 60 e i 70mila libri all’anno ma dove meno del dieci per cento degli italiani legge più di un libro al mese. Un concetto difficile da accettare in questo sovraffollamento di titoli dove l’abbondanza soffoca la qualità e le parole scritte superano quelle lette. 

Un concetto difficile da accettare ma sul quale vale la pena riflettere se a suggerirlo è una delle menti più sottili e brillanti del suo tempo, come lo fu Arthur Schopenhauer (1788-1860). Il suo scritto Sulla lettura e sui libri (in realtà un paragrafo dei celebri Parerga e paralipomena, che oggi la casa editrice La vita felice pubblica in una edizione «autonoma» con testo tedesco a fronte, pagg. 60, euro 6,50) è, in questo senso, illuminante. Una vera arte del non leggere. Il filosofo tedesco, attorno al 1850, metteva in guardia dal leggere. Soprattutto dal leggere troppo e dal leggere male. «Quando leggiamo, qualcun altro pensa per noi: noi ripetiamo solamente il suo processo mentale... quando si legge ci è sottratta la maggior parte dell’attività di pensare... Quindi accade che chi legge molto e per quasi tutto il giorno, piano piano perde la facoltà di pensare. Questo è il caso di molti dotti: hanno letto fino a diventare sciocchi». E più avanti: «Tanto più si legge, tanto meno ciò che si è letto lascia tracce nello spirito: diventa come una lavagna su cui si è scritto troppo e in modo confuso». 

Schopenhauer è implacabile: dice che leggere paralizza la fantasia, che siamo circondati da «cattivi libri» («nove decimi della nostra attuale letteratura non ha altro scopo che spillare qualche tallero dalle tasche»), che occorre leggere solo i classici e semmai rileggerli due, tre, quattro volte. Perché la vera letteratura «produce in un secolo in Europa solo una dozzina di opere durature». E poi è anche questione di tempo: «Sarebbe una bella cosa comprare i libri se si potesse comperare il tempo per leggere, ma si scambia per lo più l’acquisto di libri con l’acquisto del loro contenuto». 

A questo punto, allora, torna utile anche un altro consiglio, non di un filosofo tedesco ma di uno scrittore italiano: Luciano Bianciardi (1922-1971). Il quale nelle sue «Lezioni per diventare un intellettuale, dedicate in particolare ai giovani privi di talento» (uscite a puntate sul settimanale ABC nel 1967) spiega per filo e per segno, con la consueta ironia e l’altrettanto consueto pessimismo, come si può diventare «un uomo di successo nel mondo della cultura» anche senza cultura, appunto. Insomma, cari intellettuali (ancora in pectore o già in auge), come intima il titolo della nuova edizione in volume di quelle preziose lezioni (Stampa Alternativa, pagg. 94, euro 9): Non leggete i libri, fateveli raccontare.


Lasciando da parte il fatto che io e Schopenhauer non siamo mai andati molto d'accordo, mi sento di dissentire con l'autore dell'articolo e con il filosofo citato a sostegno della tesi di base: e cioè che leggere è inutile e fa male perché impedisce a chi legge di pensare.
Secondo quanto sostenuto, infatti, mentre leggiamo diventiamo incapaci di pensare, in quanto totalmente assorti nell'atto di leggere; per cui, chi legge molto e per molto tempo durante la giornata, rischia di diventare un completo idiota.

A parte il fatto che io vorrei leggere tutto il contesto in cui è inserita questa frase del filosofo, ma mi sento di obiettare una cosa: quando leggiamo pensiamo a ciò che stiamo leggendo e, quando smettiamo di leggere, gli spunti di riflessione sui quali ragionare si sono moltiplicati rispetto a prima di prendere in mano il libro. Se il romanzo o il saggio o il trattato di non so quale materia vale qualcosa, allora inevitabilmente la nostra mente si metterà in moto per riflettere su quella frase, su quel comportamento, su quella questione posta in essere tra le pagine di ciò che poco prima era l'oggetto del nostro leggere; se, al contrario, è un'accozzaglia di frasi fatte, stereotipi e teorie strampalate, la nostra mente lavorerà per prendere le distanze da tutto quello che è stato messo nero su bianco.
Ma sempre di pensieri e di ragionamenti si tratta.
Inoltre non è affatto vero che a furia di leggere nuovi libri dimentichiamo i precendenti perché sono convinta che qualsiasi lettore attento sia ingrado di riassumere a distanza di anni, anche se solo per sommi capi, la trama di un libro letto anni prima. Ovvio, se la storia non valeva nulla e la lettura non è stata piacevole e non era nelle corde di chi l'ha letta, allora è più che comprensibile che l'abbia scordata. Non funziona allo stesso modo la nostra con gli eventi spiacevoli che ci capitano nella quotidianità? Non tendiamo ad accantonare quel dolore sordo che ci provoca il pensiero della scomparsa di una persona cara? Non rimuoviamo spesso e volentieri il ricordo di una figuraccia fatta in pubblico?


Mascheroni e Shopenhauer proseguono affermando che leggere mette un freno alla nostra fantasia e che siamo sempre più circondati da letteratura di scarso valore.
Oggi come allora è sempre sostenibile la seconda di queste due affermazioni: sempre più spesso ci vengono propinati casi editoriali che non valgono un centesimo di quelli spesi per acquistarli (inutile citare titoli tanto pensiamo tutti agli stessi libri più o meno); e, sempre più spesso, si improvvisano scrittori persone che fino ad un attimo prima facevano tutt'altro mestiere. Ed hanno successo perché si sono fatti un nome nel loro campo e allora partono già avvantaggiati in quanto conosciuti ai più (anche qui inutile sprecare caratteri per elencare nomi che, come sopra, vengono in mente a tutti).
Quindi, niente da dire, in questo caso avete segnato un punto miei cari signori, ma quando affermate "che leggere paralizza la fantasia", lo riperdete subito perché, se mai, leggere la stimola.
Chi di noi lettori da fanciullo o da adulto non ha mai sognato e fantasticato riguardo ad una storia letta in un libro? Nessuno. E rispondo ad occhi chiusi, metto anche la mano sul fuoco da tanto che sono sicura di quello che dico! 
Quanto al tempo da dedicare alla lettura è vero, è poco e se si potesse comprare insieme ai libri che acquistiamo, saremmo decisamente tutti più contenti. Ma questo non significa che la mancanza di tempo sia un punto a sfavore del leggere.
In relazione alla frase conclusiva "Non leggete i libri, fateveli raccontare" io posso solo dire: provate. Provate a farvi raccontare un libro e poi leggetelo e capirete da soli perché non ha alcun senso.

Sempre in rete ho trovato un altro articolo, molto interessante e molto ben scritto, che analizza la lettura passando attraverso alcuni grandi romanzi quali in Don Chisciotte, Madame Bovary, Se una notte d'inverno un viaggiatore e altri ancora.
Vi lascio il link e vi consiglio di leggerlo con calma e attenzione, perché è davvero una bella riflessione: Perché leggere, se leggere fa male?

Io vi riporto qui solo l'idea principale su cui si sviluppa tutta l'analisi, significativa per lo scopo di quanto scritto fino ad ora, e cioè che non bisogna presentare e pensare la lattura come un obbligo perché si otterrà solo una reazione opposta: il non leggere. Il messaggio di fondo che Renato Nisticò vuol fare arrivare a chi prende tra le mani il suo scritto è che "anziché inculcare il piacere della lettura nell’allievo (che è un non senso), dovrebbe porre in primo piano la relazione personale che si è instaurata fra di loro, il loro ritrovarsi gettati in una certa situazione. Dentro questo spazio emozionale e conoscitivo egli dovrebbe collocare come un dono e come un rischio l’apertura al “leggere”, cioè all’interpretare il mondo."

Leggere deve essere un piacere, un momento in cui si stacca la spina e si perde il contatto con il mondo esterno, ma non nel senso chisciottesco di perdita della ragione, semplicemente come quando ci si rilassa svuotando la mente.
Il problema è che chi non ama leggere non capisce e non potrà mai capire cosa significa questo momento di alienazione, che cosa ciò rappresenti per un amante della lettura e dei libri: "Quando io mi immergo nella lettura, abbandono momentaneamente, immaginariamente la mia dimensione, per assumerne un’altra vicaria che mi consente di vivere esperienze che non potrebbero essere mie nel corso ordinario della vita."
Questo non vuol dire affermare che solo ed esclusiamente la lettura di un libro porti a questa alienazione, però io, ad esempio, non riesco ad ottenere lo stesso risultato quando un film, forse un pochino di più quando ascolto la musica con le cuffie, ma solo perché la sparo a tutto volume e non sento nemmeno le bombe cadere.

Dicevo, poche righe sopra, che questa idea è significativa per lo scopo di quanto da me scritto fino ad ora perché non voglio, con tutte queste parole, convincere chi sostiene che i libri sono inutili e che sarebbe meglio salvare gli alberi invece che abbatterli per produrre la carta che serve a pubblicare i suddetti che si stanno sbagliando. Semplicemente ho voluto spiegarvi cosa significa per me tenere in mano quell'oggetto secondo voi inutile, cosa mi trasmette e dove mi porta.

In conclusione, ognuno di noi ha un modo tutto suo e diverso da quello degli altri per prendere le distanze dal quotidiano che, a volte, diventa troppo pesante da sopportare e questo non significa che leggere sia una malattia che porta a chissà quali conseguenze. Semplicemente è uno dei fini che si usano per arrivare ad uno stesso scopo: liberare la mente e rilassarsi (che, per inciso, non vuol dire smettere di pensare).
 

martedì 18 dicembre 2012

Recommend a…blog who has similar reading tastes as you


Ormai lo sapete, il lunedì qui a Lost in Good Books è giorno di consigli e quando il lunedì siamo troppo incasinate per farlo, l'appuntamento slitta al martedì, come oggi!
Di solito si consigliano libri, oggi invece viene chiesto di consigliare un blog con gusti letterari simili ai nostri.
Magari andrò fuori tema, ma oggi ve ne consiglio due di blog: il meraviglioso Cuore d'Inchiostro della mia adorata Sonia e La Fede Librovora della splendida Federica.

Cuore d'Inchiostro ha un sacco di libri letti e da leggere in comune con me e mi piace molto il fatto che le sue letture spazino tra i vari generi letterari: gialli, fantasy, young adult, romance, romazi più impegnati e altri più leggeri. Quando ho un attimo mi piace molto perdermi tra le sue pagine e le sue recensioni, annotare titoli e autori e decidere se aggiungerli alla mia wish list oppure lasciare perdere perché non sono tanto nelle mie corde. E ancora di più mi piace quando ci sentiamo e ci consigliamo o sconsigliamo a vicenda i libri: il suo modo di dire "no, non leggerlo" è adorabile! Così come lo è quando ti dice "leggilo assolutamente perché merita".

A La Fede Librovora mi sono avvicinata piano piano e in sordina perché non credevo avrei trovato letture in comune, invece leggere le sue recensioni, l'entusiasmo che mette in ognuna di esse e scoprire generi e libri che senza di lei non avrei mai scoperto, mi ha portata a diventare una sua assidua discepola.
E' grazie a lei che ho iniziato ad ampliare le mie letture, aggiungendo ai romanzi classici, di autori contemporanei italiani e stranieri, anche generi che fino ad ora non avevo letto per nulla oppure avevo letto e poi abbandonato. E la cosa mi piace molto, mi piace essere una lettrice eclettica e non fossilizzata solo ed esclusivamente su un certo tipo di romanzi scartandone altri a priori solo perché si pensa che non ne valga la pena di leggerli: perché a volte è così, ma tante altre scopri dei veri e propri gioielli.

Quindi vi consiglio assolutamente di seguire entrambi questi blog se già non lo fate e io ringrazio infinitamente Sonia e Federica per il notevole apporto letterario che hanno portato nella mia vita e anche per la loro amicizia.


lunedì 10 dicembre 2012

I libri di Rory Gilmore

Buongiorno a tutti cari lettori e lettrici!
Come state? Io sono sempre più di corsa ora che il progetto lavorativo di cui vi ho accennato tempo fa sta entrando nel vivo, in ogni caso continuo a leggere anche se un pochino meno. E a tal proposito presto pubblicherò le recensioni di due libri che ho finito da un po', ma che non ho ancora avuto tempo di recensire...
Avete visto che bella la versione natalizia del blog? La nostra Alessia è stata bravissima <3
A proposito di Natale, fatti i regali? A me ne mancano ancora tantissimi e non so dove sbattere la testa per alcuni...
 
 
 Comunque, bando alle ciance, sono qui per annunciarvi che Chiara di Bulimia Letteraria mi ha convinta a partecipare a una sfida intitolata "I libri di Rory Gilmore" che consiste nel leggere tutti o solo alcuni di questi libri con i tempi e i modi scelti da noi stessi. I libri elencati sono quasi 270 (tantissimi!!!) e alcuni non mi ispirano per nulla, ma ho deciso comunque di provarci perché non ha limiti di tempo e imposizione di titoli: sono libera di scegliere quali e quanti libri leggere e in quanto tempo.
Scorrendo la lista ho scoperto di averne già letti parecchi:

1) Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain
2)Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll
3)Anna Karenina di Lev Tolstoj
4)Il diario di Anna Frank di Anna Frank
5)Espiazione di Ian McEwan
6)Beowulf
7)Candido di Voltaire
8)Carrie di Stephen King
9)Il giovane Holden di J. D. Salinger
10)Christine. La macchina infernale di Stephen King
11)Canto di Natale di Charles Dickens
12)La commedia degli errori di William Shakespeare
13)Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas (padre)
14)La cugina Bette di Honorè de Balzac
15)Delitto e castigo di Fedor M. Dostoevskij
16)Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber
17)Cujo di Stephen King
18)Daisy Miller di Henry James
19)La figlia della fortuna di Isabel Allende
20)David Copperfield di Charles Dickens
21)Il codice Da Vinci di Dan Brown
22)I demoni di Fedor M. Dostoevskij
23)Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller
24)La divina commedia di Dante Alighieri
25)I sublimi segreti delle Ya-Ya Sisters di Rebecca Wells
26)Don Chisciotte di Miguel de Cervantes
27)Dr. Jekyll & Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson
28)Tutti i racconti e le poesie di Edgar Allan Poe
29)Emma di Jane Austen
30)Eva Luna di Isabel Allende
31)Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer
32)Fahrenheit 9/11 di Michael Moore ( esce con il dvd)
33)La compagnia dell’anello di J. R. R. Tolkien
34)Finnegan's Wake di James Joyce
35)Frankenstein di Mary Shelley
36)Galapagos di Kurt Vonnegut
37)Via col vento di Margaret Mitchell
38)Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald
39)Grandi speranze di Charles Dickens
40)Amleto di William Shakespeare
41)Harry Potter e il calice di fuoco di J. K. Rowling
42)Harry Potter e la pietra filosofale di J. K. Rowling
43)Cuore di tenebra di Joseph Conrad
44)Enrico IV parte I di William Shakespeare
45)Enrico IV parte II di William Shakespeare
46)Enrico V di William Shakespeare
47)La casa degli spiriti di Isabel Allende
48)Notre Dame de Paris di Victor Hugo
49)L’Iliade di Omero
50)Jane Eyre di Charlotte Brontë
51)Giulio Cesare di William Shakespeare
52)Il ranocchio saltatore di Mark Twain (in Il ranocchio saltatore e altri racconti)
53)Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini
54)L’amante di lady Chatterley di D. H. Lawrence
55)Il leone, la strega e l'armadio di C.S. Lewis
56)La piccola Dorrit di Charles Dickens
57)La piccola fiammiferaia di Hans Christian Andersen
58)Piccole donne di Louisa May Alcott
59)Il signore delle mosche di William Golding
60)Amabili resti di Alice Sebold
61)Macbeth di William Shakespeare
62)Madame Bovary di Gustave Flaubert
63)Le allegre comari di Windsor di William Shakespeare
64)La metamorfosi di Franz Kafka
65)Moby Dick di Herman Melville
66)Mrs. Dalloway/La signora Dalloway di Virginia Woolf
67)Il nome della rosa di Umberto Eco
68)L'abbazia di Northanger di Jane Austen
69)Uomini e topi di John Steinbeck
70)Quell’anno a scuola di Tobias Wolff
71)Oliver Twist di Charles Dickens
72)Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey
73)Otello di William Shakespeare
74)La mia Africa di Karen Blixen aka Isak Dinesen
75)I ragazzi della 56esima strada di S. E. Hinton
76)Passaggio in India di E.M. Forster
77)Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde
78)Pinocchio di Carlo Collodi
79)Una vita da lettore di Nick Hornby
80)Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen
81)Raperonzolo di F.lli Grimm
82)Il corvo di Edgar Allan Poe
83)Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi
84)Il ritorno del re di J. R. R. Tolkien
85)Romeo e Giulietta di William Shakespeare
86)Ragione e sentimento di Jane Austen
87)L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon
88)Siddhartha di Hermann Hesse
89)Biancaneve e i sette nani di F.lli Grimm
90)I sonetti di William Shakespeare
91)Racconto di due città/Le due città/Storia tra due città di Charles Dickens
92)La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger
93)Il buio oltre la siepe di Harper Lee
94)Riccardo III di William Shakespeare
95)Un albero cresce a Brooklyn di Betty Smith
96)Il processo di Franz Kafka
97)Ulisse di James Joyce
98)La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe
99)Guerra e pace di Lev Tolstoj
100)Il meraviglioso mago di OZ di Frank L. Baum
101)Cime tempestose di Emily Brontë 
 
Anche se devo confessare che quelli di Joyce e alcuni di Shakespeare li ho letti solo per estratti a scuola e, con estratti, intendo dire pezzi di romanzo o opera di 100 pagine ecco perché li annovero tra i letti :P
 
In ogni caso per ora mi sono procurata 1984, Le ceneri di Angela e Balzac e la piccola sarta cinese: il primo l'ho trovato in suoer sconto su Amazon, gli altri due li trovati sabato alla Fiera dei Libri Usati di Milano con una estrema botta di...

Per ora è tutto, a presto con le recensioni de I sublimi segreti delle Ya-Ya Sisers e Il giardino delle erbe proibite.

mercoledì 26 settembre 2012

I blogger e i critici letterari



Ieri sera mi è capitato di leggere un articolo, segnalato su Facebook dalla casa editrice Neri Pozza, in cui Sir Peter Stothard, critico letterario e giudice del Man Book Price, afferma che i blog dedicati ai libri, nei quali vengono espresse le opinioni dei blogger che li hanno creati, stanno uccidendo la critica letteraria.

Mi permetto di dissentire totalmente da quanto affermato nel suddetto articolo perché un conto è la critica letteraria, un conto sono le opinioni da lettore che vengono espresse dai blogger nei loro spazi cibernetici dedicati ai libri.

Credo sia necessario distinguere bene la figura del critico letterario, cioè colui che conosce e padroneggia l'insieme di strumenti teorici e pratici, contenuti e studi, giudizi e spiegazioni dedicati alla valutazione della letteratura in generale o in riferimento a specifiche opere letterarie o insiemi di opere (definizione tratta da Wikipedia), dalla figura del blogger che, invece, è colui che per passione, divertimento e quant'altro, ha deciso di aprire un blog nel quale condivide con gli altri visitatori del web le sue impressioni circa quello che il libro letto gli ha trasmesso, lasciato e quant'altro.

Penso sia ben evidente la differenza tra le due figure: il primo è uno studioso che ha acquisito le capacità necessarie per fare un'analisi del testo molto più approfondita e che va ben al di là di ciò che un libro può trasmettere a livello emozionale; il secondo è una "persona normale" (passatemi il termine) che ha deciso di scrivere, in uno spazio pubblico, ciò che pensa di quello che ha letto, senza avere i mezzi posseduti da un critico letterario.
Uno fa un'analisi asettica e impersonale del testo, l'altro spiega invece quali corde del suo animo sono state toccate dalla lettura del testo.

Non è per tirare l'acqua al nostro mulino, ma credo che ai blog letterari vada il merito di rendere la lettura un po' più vicina a tutti. Perché, diciamoci la verità, in un paese come il nostro in cui si leggere veramente poco, se esistessero solo riviste o siti di pura critica letteraria sono fermamente convinta che il dato statistico di lettura scenderebbe ancora e in modo notevole.
Non sto dicendo di essere contraria alla critica letteraria, anzi! Vorrei che venissero pubblicate più riviste sull'argomento prorpio come succede all'estero, però non si può dire che siano i blogger che stanno mettendo in crisi la critica letteraria.
Le due cose esistono ed è un bene che continuino ad esistere perché, sebbene seguendo strade diverse, hanno lo stesso fine: far conoscere i libri ed incentivarne la lettura.

Vi lascio il link all'articolo in questione, che è però in inglese: The bionic book worm così potete leggerlo e dirci cosa ne pensate.
Sono proprio curiosa di sentire i vostri pareri!