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venerdì 12 dicembre 2014

Happiness


Forse ti sembro troppo ottimista, ma io penso che le persone che fanno solo belle esperienze non sono molto interessanti. Possono essere appagate, e magari a modo loro anche felici, ma non sono molto profonde. Ora la tua ti può sembrare una sciagura che ti complica la vita, ma sai...godersi i momenti felici è facile. Non che la felicità sia necessariamente semplice.
- Un giorno questo dolore ti sarà utile, Peter Cameron
 
Già, che poi... ogni tanto è anche bello godesi i momenti felici senza farsi troppe domande. Il problema è che le domande nel mio cervello si formano così, come se fossero un'entità a sè.
E non importa se mi dico che domani potrei non esserci più, che potrebbe essere l'ultimo secondo su questa terra... perchè quelle domande non se ne vanno, e le risposte non arrivano. Anche se prima o poi, con il carpe diem si impara a conviverci.
 

martedì 11 novembre 2014

Pomodori Verdi Fritti al Caffè di Whistle Stop


Più riguardo a Pomodori verdi fritti al Caffè di Whistle Stop

"E' buffo come da bambini si pensi che il tempo non passerà mai; poi, dal momento in cui si raggiungono i vent'anni passa svelto come un rapido per Memphis. Io credo che succeda a tutti: la vita ti scivola addosso. Di sicuro è successo a me. Un giorno ero una bambina e il giorno dopo ero una donna adulta, con il petto e con i peli non dico dove. E nel frattempo non mi ero accorta di nulla."
Questo libro è favoloso. Non ho visto il film, ma ho sempre avuto il desiderio di leggere il romanzo soltanto perchè il titolo era semplicemente curioso. E infatti la storia si è rivelata come prevista: una ventata di freschezza e di gioia, seppur contornata dai dolori che accompagnano l'esistenza umana. E' la storia di Idgie, Ruth e del loro Caffè, che tiene a galla un paese intero come quello di Whistle Stop.
Grazie alla forza d'animo di Idgie, alla gentilezza di Ruth, alla decisione di Sipsey, alla presenza rassicurante di Big George e via dicendo, Whistle Stop riesce a sopravvivere alla vita, che a volte non lascia scampo se non si ha qualcuno su cui contare.
Ho adorato il modo in cui Fannie Flag riesce a far amare al lettore ogni più piccolo dettaglio del mondo che crea, e anche io alla fine mi sono sentita un po' Evelyn Couch, donna spenta e quasi sul baratro del non ritorno. Sono risorta dalle mie ceneri grazie alla simpatia di Ninny Threadgood e soprattutto grazie anche alla sua saggezza.
Perchè Evelyn è un po' tutti noi: arrivata a un certo punto della sua vita, si rende conto che ora, dopo due figli e un marito che le risulta praticamente estraneo, non c'è più niente per cui valga la pena lottare.
Perchè lei, che è sempre stata educata, che non ha fatto questo né quello perchè è sbagliato e non si fa, che non ha perso la verginità prima del matrimonio, che non ha mai detto una parolaccia per non urtare la sensibilità altrui, adesso ha degli istinti a dir poco omicidi. Non vuole più accettare di essere ciò che non è, o che forse è. Ma comunque non le piace.
E se non fosse per Ninny Threadgood, che riesce a farle capire che la vita può riservarle ancora qualcosa di buono, probabilmente Evelyn avrebbe già mollato la presa. 
Leggere "Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop" è quasi catartico.
Da non perdere!

lunedì 22 settembre 2014

Noi siamo infinito

Ho appena terminato la lettura di "Ragazzo da Parete" di Stephen Chbosky, da cui è stato tratto il ben noto film "Noi siamo infinito" e devo dire che era un bel po' di tempo che un libro non mi colpiva così.
Charlie, è un quindicenne che affronta i primi passi dell'adolescenza, cercando di destreggiarsi tra mille emozioni e una nuova vita che lo aspetta. Ma Charlie non è come tutti gli altri, qualche volta le emozioni si impossessano talmente tanto di lui che arriva il panico.
Durante il suo primo anno di superiori, farà la conoscenza di Sam e Patrick, che lo capiranno e gli faranno capire cosa significa avere degli amici su cui si può contare.
Penso che Chbosky abbia colpito nel segno: il senso di solitudine e isolamento provato da Charlie, il bisogno disperato anche se inconscio e inespresso di poter vivere normalmente, l'amore per Sam... ecco, tutte queste cose arrivano dirette anche se sono raccontate quasi di soppiatto.
Leggere per credere.

Ma, anche se non possiamo essere noi a decidere da dove veniamo, possiamo scegliere la nostra meta. Ci sono altre cose che possiamo fare. Cercando di sentirci a posto.

mercoledì 22 maggio 2013

La Piccola Dea della Fertilità - Paul Mesa

Titolo: La piccola dea della fertilità
Titolo originale: Die kleine Gottin der Fruchtbarkeiit
Autore: Paul Mesa
Traduttore: V. Rancati - M. P. Romero
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 243
Data di pubblicazione: 12 Marzo 2013
ISBN: 9788820053475
Prezzo: 15.90 €


Sinossi:
Bianca ha ventisei anni, fa la cameriera in un albergo in Germania ed è così piccolina - è alta solo un metro e quarantanove - che la madre l'ha soprannominata Bica, che in portoghese vuol dire "caffè molto, molto ristretto". Come quello che preparava la sua mamma, Maria: lei veniva dal Portogallo e non solo custodiva la ricetta segreta della miscela più buona del mondo, ma sapeva anche scavare nell'animo degli uomini semplicemente osservando il modo in cui bevevano il loro caffè. Maria è morta da tredici giorni, eppure a Bica sembra ancora di sentire la sua voce. E in effetti lei, non esattamente entusiasta di essere defunta, è proprio lì, seduta sul suo divano rosso, intenta come sempre a dispensare alla sua bambina preziosi consigli sulla felicità. Bica ne ha proprio bisogno, perché è alla ricerca del Grande Amore (anche se il suo cuore continua imperterrito a battere solo per Galao, rozzo, prepotente e sposatissimo), ma soprattutto vuole un figlio a ogni costo, altrimenti la sua mamma non riuscirà ad andarsene. Così narra una leggenda portoghese: se i tuoi genitori muoiono senza che tu abbia dato loro un nipotino, non arriveranno mai in Paradiso. E per questo che Bica, quando riordina le stanze, buca tutti i preservativi che trova nei cassetti dei comodini: non si sa mai... Ma, pur contenta del "misterioso" ritorno della mamma, Bica è anche preoccupata: c'è infatti un segreto che Maria non deve scoprire, un segreto legato proprio alla sua morte...

Non so se lo sapete (nel qual caso lo scoprirete adesso) che, quasi ogni venerdì, la casa editrice Sperling & Kupfer organizza sulla sua pagina facebook un contest fotografico il cui premio sono i suoi libri. E' un'idea carina e simpatica e, oltre alla possibilità di vincere dei libri, offre anche l'opportunità di conoscere qualche sua pubblicazione.
Senza quel contest credo non sarei venuta a conoscenza dell'esistenza di questo romanzo e forse sarebbe stato decisamente meglio.
Comunque mi ispirava e non averlo vinto mi aveva intristita un po', così il sabato mentre passeggiavamo per Verona, abbiamo visto una Feltrinelli, siamo entrati, mio marito l'ha scorto su uno scaffale e me lo ha regalato.

A parte la copertina che non mi piace e il titolo originale che, non conoscendo il tedesco, non posso contestare, questo libro mi ispirava perché parla di caffè, bevanda che io adoro alla follia, al punto da esserne quasi drogata.
La protagonista, Bianca, è conosciuta da tutti come Bica che è il nome con cui a Lisbona indicano un caffè che è simile all'espresso ma ha un gusto più morbido rispetto ad esso per via della tostatura.
Noi la incontriamo che lavora come cameriera in un albergo tedesco, circa due settimane dopo la morte di sua mamma Maria, innamoratissima di uomo che lei chiama Galao (altro tipo di caffè portoghese) con cui ha avuto un'avventura durata il tempo di un amplesso e che è sposato con una donna che, qualche giorno dopo, si presenta in albergo accusando la proprietaria di gestire un bordello nel quale si aggirano, tra l'altro, dei pedofili.
Mentre rassetta le camere, Bianca cerca nei cassetti e tra le cose dei temporanei inquilini i loro preservativi e li buca con l'ausilio di una piccolissima siringa. Perché? Semplice: lei sperava a tutti i costi di rimanere incinta dopo l'avventura con Galao così che sua madre potesse riposare in pace ma, non essendoci riuscita, pensa di poter dare il riposo eterno alla genitrice improvvisandosi dea della fertilità e facendo in modo che altre donne diventino madre.
Lo stesso giorno del j'accuse, Bica torna in camera e trova il fantasma di Maria che si aggira per la camera senza ricordarsi di essere morta e si convince ancora di più che la colpa sia sua e del fatto che, essendo così piccola (è alta appena 1.49 cm), non possa portare in grambo un figlio.
Da qui parte tutta una storia insensata che vede Bica spiare Galao, la moglie di lui lanciare dal nulla accuse all'albergo (almeno così pare a noi lettori che ci troviamo quattro frasi buttate lì in mezzo al resto, senza spiegazione né approfondimento), Maria che non capisce come mai la figlia la tenga chiusa in camera. Insomma, un'accozzaglia di informazioni prese e buttate in un pentolone, girate alla veloce con un cucchiaio di legno e per nulla insaporite e legate tra loro da spiegazioni chiarificatrici e fili logici concatenati.

Se non si fosse ancora capito questo libro non mi è piaciuto assolutamente perché la storia è completamente insignificante e banale e non posso nemmeno dire che a non avermi convinta sia lo stile dell'autore e che la storia in se avrebbe del potenziale, perché non è così.
Non c'è senso in quello che viene raccontato, non c'è empatia con i protagonisti e coinvolgimento emotivo circa i fatti narrati, ci si ritrova spesso a chiedersi "ma questo cosa c'entra?", "e questo da dove salta fuori?", "questo cosa come va a finire?", "ma perché?!".
Insomma, libro e autore bocciati su tutta la linea.

domenica 21 aprile 2013

Meditazione letteraria....

Ultimamente sto facendo tanta fatica a ritagliarmi degli spazi per leggere e dopo averci messo quasi un mese (il mio record assoluto!) per leggere un libro, sono arrivata alla conclusione che non posso forzarmi a leggere libri che trascino a fatica.
E così, sono qui a condividere con voi dei pensieri un po' cupi che mi assalgono (sarà anche questa brutta e cattiva pioggia?) riguardo a un paio di letture intraprese recentemente.

Dopo aver impiegato un'eternità per leggere "Il Simbolo Perduto" di Dan Brown, tutto ciò che la mia mente-quasi-bacata ha appreso dal romanzo è che il modo di dire "fare il terzo grado", deriva da particolari rituali di origine massonica. Per il resto, ho già dimenticato tutto! Ma dov'è finito il Dan Brown che mi piaceva tanto?
Come ha fatto a scrivere sta palla di piombo incatenata al piede? :(
Tristezza a valanghe e delusione cocente!
Robert Langdon è diventato un bambolotto senza un briciolo di iniziativa e personalità, gli altri protagonisti sembrano tutti sull'orlo di una crisi di nervi. La suspence mi ha fatto addormentare nei punti salienti e le pagine erano una ripetizione unica di concetti, parole, aggettivi, verbi. "Massoni....bla bla...società segreta... bla bla. Crisi mondiale!"
E io lì, che cercavo di sopravvivere alle 600 pagine, senza cedere alla tentazione di fabbricare tante zzzzZzzzZzzzZzzz, detto alla Jonathan Safran Foer - per ricollegarci al pensiero cupo che tra poco vi espongo.
Dan, per favore... che il prossimo sia un po' più leggibile!

Pensiero cupo numero due: perchè non riesco a leggere "Ogni cosa è illuminata" del sopracitato J.S. Foer?

Jonathan, un giovane ebreo statunitense, si reca in Ucraina alla ricerca di Augustine, la donna che salvò la vita a suo nonno durante le deportazioni naziste. Armato di una fotografia che ritrae suo nonno e Augustine, Jonathan inizia così la sua ricerca della città fantasma di Trachimbrod, lo shtetl dove suo nonno viveva all'epoca, distrutto dai nazisti durante la guerra e perciò scomparso dalle mappe. Nel suo viaggio è accompagnato da una guida locale, Aleksandr (Alex), con il quale stringerà presto amicizia, e dallo strambo nonno di Alex, che dichiara continuamente di essere cieco (ma in realtà ci vede benissimo), e quindi si fa condurre dal proprio cagnolino, Sammy Davis Junior Junior.

 Ci ho provato due volte, e ognuna è fallita. Ho apprezzato veramente moltissimo "Molto forte, incredibilmente vicino", ma al contrario con "Ogni cosa è illuminata" non c'è proprio feeling. Forse sono io che sono troppo limitata di vedute per leggerlo in questo momento, ma lo trovo poco scorrevole. Non tanto per la parte dell'avventura di Jonathan, Alex e il nonno, quanto per la parte che riguarda Trachimbrod. Quindi, se qualcuno di voi l'ha letto.. potrebbe illuminarmi? :)

giovedì 11 aprile 2013

Non tutte le ciambelle escono col buco: quando alcuni libri proprio non ci vanno giù.


Nell'attesa di lanciarmi in quella che sarà un'appassionata recensione del libro che sto leggendo adesso (trattasi di Stoner, che già vi consiglio spassionatamente anche se non l'ho ancora finito), ho deciso di parlarvi di due libri che ho letto poco tempo fa e che mi hanno lasciato l'amaro in bocca, seppur per motivi differenti.


Il primo dei due è "Mirtilli a colazione" di Meg Mitchell Moore che ho visto per la prima volta sul periodico de "Il Libraio" l'anno scorso. Come al solito sono rimasta fregata dal titolo italiano bellissimo che, nell'originale, è in realtà "The Arrivals" e che renderebbe decisamente meglio quella che è la storia che viene narrata.
Intendiamoci, un vago profumo di mirtilli tra le pagine si sente e in una recensione trovata sul web si diceva che il momento della colazione è uno dei pochi attimi in cui la famiglia si ritrova insieme intorno al tavolo, in intimità e confidenza. E, tutto sommato, ci può anche stare anche se la famiglia di cui si parla di colazioni insieme non ne fa nemmeno una.

In breve, in questo romanzo si racconta di un tranquillo giorno di inizio estate in cui Ginny e William si ritrovano in casa la figlia più grande Lilian con i suoi due figli Olivia e Philip. La donna è scappata da casa abbandonando il marito, dopo aver scoperto che questo l’ha tradita con la sua giovane e magra segretaria.
Qualche giorno dopo arriva anche Stephen, il figlio di mezzo, con la moglie incinta di sette mesi. Lui è un editor freelance, lei un’affermata donna in carriera che guadagna di più; è per questo che hanno deciso, di comune accordo, che lei tornerà a lavorare dopo appena un mese dal parto e sarà Stephen ad occuparsi del bambino e lasciare il lavoro.
Ultima ad arrivare è Rachel che vive a New York, ha un lavoro più o meno soddisfacente, una storia d’amore finita e un aborto spontaneo capitato poco tempo dopo aver scoperto di essere incinta. Tutto questo, tutto insieme, è troppo e così decide di rifugiarsi anche lei a casa dei genitori.

Quello che ne viene fuori è una quotidianità incasinata e chiassosa in cui William e Ginny si trovano a ricordare i loro figli da piccoli, rivivono il loro allontanamento e l’improvviso ritorno a casa come un desiderio tanto agognato ma forse non proprio voluto.

Quello che manca, però, e che secondo me è fondamentale, è il dialogo che si ha tra genitori e figli, quello che inizia da piccoli e che cresce e si modifica insieme ai bambini che diventano grandi. Nella mia testa, se i figli stanno attraversando un periodo un po' così e decidono di tornare a casa dei genitori, in quel nido di protezione e calore nel quale si sentono bene e sicuri, implica che hanno anche voglia di parlare dei loro problemi con la mamma e col papà per avere un confronto e un conforto. O per lo meno, questo è quello che farei io, ma probabilmente non è quello che si prova in America, dove i figli lasciano la casa paterna e diventano indipendenti molto prima che qui da noi in Italia e, forse, quel cordone ombelicale che lega genitori e figli si spezza prima e in un modo pressoché definitivo.
Forse a causa di questo modo diverso di interpretare la famiglia e l'aiuto che può dare, non sono riuscita ad apprezzare fino in fondo questo romanzo che, tra l'altro, ho anche trovato un po' piatto, sommario e superficiale.


Il secondo libro è "Io prima di te" di Jojo Moyes, per commentare il quale devo raccogliere tutta la calma zen di cui sono dotata, altrimenti rischio di scrivere uno srpoloquio ingiurioso più che un commento sensato e ragionato.

Ci sono libri dai quali mi tengo a distanza automaticamente non appena vedo la loro copertina e il titolo. Sono quei libri che, attraverso questi due elementi, esprimono già appieno il loro contenuto e io di solito non mi avvicino a  quelli pseudo harmony, ai libri erotici che adesso vanno tanto di moda, ai fantasy e alle storie d’amore troppo stucchevoli e troppo sdolcinate.
Ecco perché non avrei mai letto questo libro se a chiedermelo non fosse stata Sonia (che adesso mi deve decisamente una pizza!), che lo ha letto, non lo ha apprezzato (a differenza di molte altre persone) e aveva bisogno di un parere “fidato”.

Protagonista di questa storia è Louisa, una ragazza di ventisei anni ingabbiata nella sua routine quotidiana, che vive all’ombra di una sorella più intelligente, con un padre sarcastico che la prende in giro, una madre ossessionata dalla pulizia e un fidanzato ossessionato dallo sport e dalla forma fisica.
E poi c’è Will, un ragazzo giovane, bello, ricco e amante della vita fino al midollo. Una mattina, mentre sta andando a lavoro, una moto lo investe rendendolo tetraplegico.
Le loro strade si incontrano quando Lou perde il lavoro alla caffetteria e si iscrive ad un centro per l’impiego. Dopo diversi tentativi falliti, le propongono un lavoro di sei mesi dove dovrà fare compagnia ad un tetraplegico. La ragazza è titubante nonostante le abbiano assicurato e precisato che non dovrà somministrare medicine o occuparsi dell’igiene intima del paziente, ma alla fine, sotto l’insistenza dei genitori, cede e accetta il lavoro.
Inutile dire che tra Will e Lou non sarà amore a prima vista, ma lui si comporterà in modo sgradevole ed irritante fino a che… non vi svelo nulla, perché sapete già come andrà a finire: qualsiasi coma immaginiate possa succedere, succederà.

Questo romanzo è l’insieme di tutti i luoghi comuni presenti nei romanzi rosa cui l’autrice ha voluto aggiungere una nota ancora più tragica: la tetraplegia. Quello che è arrivato a me e che mi ha decisamente irritata, è che l'autrice, consapevole di star scrivendo l'ennesimo banale romanzetto rosa, abbia avuto la bella pensata di inserire l'incidente e la paralisi di Will per riabilitare in qualche il romanzo insulso che in realtà è. E a quanto pare ha funzionato perché sono davvero in tanti ad aver amato questo libro. E, per carità, una lacrimuccia alla fine l'ho versata anch'io, ma il sillogismo verso una lacrima per i bei libri, ho pianto per "Io prima di te", allora io prima di te è un bel libro secondo me non funziona proprio per nulla. Perché un romanzo che parla di tetraplegia, di morte dolce, di sentimenti può anche far piangere all'ultima pagina, ma deve anche aver toccato corde profonde prima, cosa che questo libro non ha fatto essendo composto da una serie infinita di luoghi comuni e banalità degne di un qualsiasi feuilleton di bassa lega.
Cigliegina sulla torta, se qualcuno di voi ha letto “Il diavolo custode” non farà alcuna fatica a trovare un sacco di somiglianze e analogie tra la storia di William e quella di Philippe. L’unica accortezza della Moyes è stata quella di sostituire l’amicizia con l’amore creando una storia prevedibile e insulsa dalla prima all’ultima pagina. E non avete idea l'ira funesta che ha suscitato in me questa scopiazzatura nemmeno troppo velata fatta nei confronti di un libro che io ho amato molto.
Insomma, ascoltate me, state alla larga da questa fregatura perché ci sono davvero un sacco di altri romanzi che parlano d'amore e che sono decisamente più belli e più meritevoli di questo.




lunedì 11 febbraio 2013

Recommend an… author similar to an author you love


Buongiorno! In questo lunedì parecchio nevoso mi trovo a consigliarvi un autore simile al mio autore preferito.
Ogni lettore porta nel cuore uno o più autori cui è rimasto affezionato per motivi più o meno svariati ed io non faccio eccezioni. Però faccio fatica a scegliere tra loro quando mi viene chiesto "qual è il tuo autore preferito?" così come, in questo caso, faccio fatica a trovare qualcuno da paragonare al mio autore, anzi, in questo caso alla mia autrice preferita.

In ogni caso bisogna farlo e quindi ecco a voi le mie scelte:



 
Agatha Christie è considerata la regina indiscussa dei gialli, ma per me è anche una grande amica ed occupa un posto speciale nel mio cuore di lettrice perché, quando all'età di sedici anni, affrontai la mia prima crisi del lettore, fu lei a tirarmene fuori.
Non so se ve l'ho mai detto, ma io ho iniziato tardi ad appassionarmi alla lettura, avevo dodici, tredici anni. Prima leggevo davvero molto poco e ricordo ancora le lotte che facevo con mia mamma che mi obbligava a leggere i libri dati a scuola come compito delle vacanze.
In ogni caso, una volta iniziato non ho più smesso e mi sono innamorata sempre di più del mondo dei libri. Ma nell'estate dei sedici anni persi completamente la voglia di leggere qualsiasi cosa, nemmeno i quotidiani mi interessavano più e, per una lettrice avida come me, quella era decisamente una malattia. Un pomeriggio, prima di andare in spiaggia, io e una mia amica ci siamo fermate ad un'edicola e, tra le altre cose, lei comprò per me un libro di Agatha Christie dicendomi che avrei dovuto finirlo prima della fine di quella vacanza al mare. Onestamente non ricordo più cosa sarebbe successo se non lo avessi finito, fatto sta che mi misi a leggere qualche pagina appena arrivate in spiaggia, più per non dare alla mia amica la soddisfazione di vincere la sfida che per la voglia di leggere e, in poco tempo, ero già arrivata oltre la metà di quel romanzo senza neanche accorgermene.
Da quel giorno, ogni volta che sono in crisi di lettura, mi metto davanti al ripiano occupato da tutti i romanzi della Christie e ne prendo uno a casa, ad occhi chiusi, e mi ritorna la voglia di leggere.
 
Lo so che il tema del recommend non era questo, ma ci tenevo a spiegarvi questa cosa.
Ora veniamo a noi! E' pieno zeppo di autori o pseudo tali che pubblicano romanzi gialli, ma solo pochi scrivono qualcosa di decente e lo scrivono come si deve. Questo genere letterario mi piace molto, soprattutto perché si tratta spesso di romanzi leggeri e veloci da leggere, romanzi con cui passare il tempo in spiaggia oppure nelle fredde ed uggiose giornate invernali.

E trovo che, fra i tanti, Andrea Vitali sia l'autore che più mi ricorda lo stile della Christie perché, come lei, descrive la quotidianità, la gente di paese e i suoi eroi non sono mai persone in vista, politici, professori super fighi e conosciuti in tutto il mondo; no, sono sempre persone comuni che vivono in piccoli paesi in cui tutti si conoscono e sanno tutto di tutti.
Mi piacciono molto i suoi romanzi e vi consiglio di leggere qualcosa di suo perché non vi deluderà. E vi consiglio anche di leggere qualche romanzo di Agatha Christie, qualcosa di meno famoso di "Dieci piccoli indiani" e "Assassinio sull'Orient Express" perché tra le suo opere meno famose ci sono davvero delle chicche!

sabato 9 febbraio 2013

"La città delle bestie", Isabel Allende

Titolo: La città delle bestie
Autore: Isabel Allende
Editore: Feltrinelli
Prezzo: 8,50
Pagine: 242

Sinossi:  Alex ha quindici anni. La malattia della madre lo costringe a lasciare una tranquilla cittadina californiana per seguire l'eccentrica nonna Kate, reporter di professione, in una spedizione nel centro dell'Amazzonia. Bisogna cercare una Bestia mostruosa e gigantesca che paralizza con il suo odore chi la incontra. Alex si trova così ad affrontare eventi e situazioni eccezionali, dalle banali punture d'insetti all'incontro con animali feroci, come l'affascinante giaguaro. Nel gruppo della spedizione c'è anche Nadia, figlia tredicenne della guida: è nata nella foresta e si muove in perfetta armonia con la natura selvaggia. Questo è il primo romanzo di una trilogia pensata per gli adolescenti, ma adatta anche al pubblico adulto della scrittrice.


Deludente.
Non è che l'Allende abbia toppato... Ma questo romanzo è dedicato ad un pubblico molto giovane, dunque lontano dalle scelte abituali della scrittrice ( e secondo me, si avverte con chiarezza).
Storia fantastica, personaggi un po' stereotipati, bella ambientazione, ma inutili excursus che non fanno di certo "romanzo di formazione".

"Prima che sia troppo tardi", Lindwood Barclay

Titolo: Prima che sia troppo tardi
Autore: Lindwood Barclay
Editore: Piemme
Prezzo: 19,00
Pagine: 461

Sinossi: Quel mattino, Sydney non si era voltata. Al volante, gli occhi fissi davanti a sé, aveva ignorato il suo saluto. È questa l'ultima immagine che Tim Blake conserva di sua figlia, dell'ultimo giorno in cui l'ha vista. A colazione avevano avuto una discussione per un paio di occhiali troppo costosi su cui lui aveva insinuato qualche sospetto. Del resto, sapeva che sua figlia non era un angelo. Aveva pur sempre diciassette anni. La sera, Tim avrebbe cercato di fare pace, ordinando la pizza che le piaceva. Alle sette, però, Sydney non era ancora rientrata, e nemmeno un'ora più tardi. Non aveva chiamato per avvisare e non era raggiungibile al telefono. La verità è che non sarebbe mai tornata quella sera. Né quella successiva. Né quella dopo ancora. Nessuno sa nulla. Nemmeno all'albergo dove Sydney aveva trovato lavoro per l'estate. O almeno, così lei aveva fatto credere a suo padre: perché, all'albergo, nessuno sa chi sia Sydney Blake. Mentre la polizia aggiunge il caso all'infinita lista delle persone scomparse, il ritrovamento della macchina della ragazza, con evidenti tracce di sangue sulla portiera e sul volante, smentisce l'ipotesi di una semplice fuga da adolescente. Nel frattempo, il padre riceve una mail da una sconosciuta che sostiene di aver visto Sydney; quando però Tim cerca di incontrarla, scopre che è inesistente. È solo la prima di una serie di trappole e false piste che trascinano Tim in una rete di mistero sempre più intricata. In cui qualcuno cerca di incastrarlo.




Bah... Mi aspettavo una storia migliore, visto gli elettrizzanti precedenti dell'autore ( Senza dirsi addio e Il vicino di casa).


E' scritto bene e risulta avvincente per buona parte delle pagine, ma secondo me c'è troppa carne sul fuoco... così risulta più intricato che intrigante.

martedì 29 gennaio 2013

"Tutto accade oggi", Jesse Browner

Titolo: Tutto accade oggi
Autore: Jesse Browner
Editore: e/o
Pagine: 221
Prezzo: 18,00



Sinossi: Wes cammina per le strade di una New York notturna. Sta tornando a casa e dovrebbe essere felice perché ha appena compiuto il grande passo che tutti i suoi coetanei sognano, il rito di iniziazione per eccellenza. Wes, 17 anni, ha fatto sesso per la prima volta. Eppure è triste, indicibilmente, profondamente triste. Perché è successo tutto nel momento sbagliato, con la ragazza sbagliata, per i motivi sbagliati. È tutto fuori dal rigido e assai articolato copione che in ogni istante della sua vita Wes struttura mentalmente. Un copione che ingloba in sé tutti gli aspetti della sua esistenza, dalla madre gravemente malata e costretta a letto al padre scrittore fallito, dalle pagine di "Guerra e pace" a quelle del "Maestro e Margherita", dall'amore idealizzato e impossibile per la bella Delia a quello più protettivo per la sorellina Nora. Un ritratto commovente. Un romanzo tenero e affettuoso. Grazie alle sempre avvincenti e intriganti elucubrazioni del giovane Wes, le pagine di questo romanzo ci restituiscono i sentimenti e le emozioni di un'età in cui ancor più della vita in sé è importante il modo in cui la percepiamo, ancor più di ciò che siamo è importante il modo in cui ci crediamo percepiti dagli altri, un'età in cui nella mente scorre un interminabile flusso di pensieri, considerazioni e sensazioni che può trasformare ogni banale momento quotidiano nella pagina di un infinito romanzo che ci vede come unici protagonisti.


"Tutto accade oggi": e cosa accade, oggi, caro Leslie, che ti fai chiamare Wes per la vergogna di quel nome troppo femminile?
Oggi accade che...hai la tua prima esperienza sessuale. E questo ti mette di fronte al fatto che non sei ancora un adulto, ma neanche più un bambino. E che la ragazza con cui hai fatto sesso non è quella giusta.  E ti ricorda che hai una serie di problemi che ti perseguitano: la mamma invalida, il padre assente, una sorella che pensa tu sia il suo cavaliere senza macchia e senza paura.
Ma tu come ti senti, giovane Wes?

Romanzo di formazione che si dipana da un'unica, fatidica giornata.
Bello, intelligente, analizza a dovere la questione esistenziale del giovane.
Ma c'è un MA. A mio avviso manca totalmente di credibilità: non voglio dire certo che tutti gli adolescenti siano dei buzzurri che trascorrono il tempo dormendo sui compiti e ingozzandosi di patatine ascoltando cattivo rap... Ma certi passaggi sono davvero elaborati e le citazioni dai romanzi assomigliano molto ad esercizi di stile di un autore molto compiaciuto.
Promosso, ma con un amletico dubbio.



domenica 27 gennaio 2013

"Le relazioni pericolose", Choderlos de Laclos


Titolo: Le relazioni pericolose
Autore: Choderlos de Laclos
Editore: Newton & Copton
Pagine: 256
Prezzo: 6,00


Sinossi: Romanzo del 1782 ambientato nella Parigi del Settecento che vede protagonista la Marchesa de Merteuil, donna falsa e provocatrice, che, per sete di rivalsa, dà inizio ad un intrigante scambio epistolare che coinvolge diversi personaggi, grazie all'aiuto del Visconte di Valmont, suo ex amante e noto seduttore senza scrupoli. Valmont accetta la sfida proposta dalla Marchesa: sedurre la giovane Cécile, promessa sposa del Cavalier Danceny, del quale la Marchesa stessa si vuole vendicare. Inizia così lo scambio epistolare che mette in scena la rete diabolica elaborata da Valmont e dalla Marchesa di Merteuil: una serie di manovre, sotterfugi e complicati intrighi che avranno esiti imprevedibili. L'autore ci presenta così il quadro di una società moralmente dissoluta e crudele, che crede di saper conquistare ogni potere ma si rivela ineluttabilmente autodistruttiva.



Ed ecco a voi, il Gran Visir di tutti i romanzi epistolari!
175 lettere che sconvolsero i benpensanti francesi, allibiti da questa scandalosa e contorta storia che gira intorno ad un inganno - e alla seduzione.
Ritratto della società dell'epoca, il romanzo  è sotto certi aspetti incredibilmente moderno. E' una sorta di  trionfo del cinismo e della perfidia: i personaggi negativi sono intelligenti, affascinanti, brillanti, arguti, i buoni fanno la figura dei fessi. Ma alla fine vengono puniti, per la pace del cuore di tutti (non prima di scene tragiche, però).
L'inizio è un po' difficoltoso (non è facile seguire una storia attraverso gli occhi sempre diversi del mittente della lettera) e si può avere di tanto in tanto l'impressione che alcuni elementi si ripetano.
Ma una volta entrati nel clima... Si rivela una storia con più accrocchi peccaminosi di una soap opera!
Geniale, perfido. Intrigante. Da leggere, ma a piccole dosi, proprio come se fossero lettere.




sabato 26 gennaio 2013

Leggere è inutile e nuoce gravemente alla salute?


Sembra che ultimamente sia in atto una vera e propria battaglia contro chi legge: su facebook nascono pagine che proclamano l'inutilità dei libri a favore di dei film, nel pensare comune i lettori vengono visti come disadattati asociali che vivono solo ed esclusivamente per i libri e nel mondo dei libri e si tende a guardare un po' di traverso le persone che viaggiano sempre con un libro in mano e leggono ogni volta che possono, neanche fossero affette da una strana e incurabile malattia.
Girovagando un po' in rete ho trovato alcuni articoli che mi hanno offerto spunti interessanti per scrivere questo post.

Uno è tratto da Il Giornale, è stato scritto da Luigi Mascheroni e risale a un po' di anni fa. Ve lo riporto qui di seguito:

La verità, contrariamente a quello che pensa la maggior parte della gente, è che i libri sono pericolosi. Non soltanto spesso sono inutili, ma addirittura possono fare danni, persino peggiori di quelli prodotti dall’ignoranza. Leggere fa male, molto male.

È un concetto difficile da accettare, soprattutto in tempi come i nostri di bestsellerismo imperante, di editoria over-size, di mega-store pieni zeppi di «novità», di super festival del libro e della letteratura (dove tutti vogliono vedere, già meno ascoltare, quasi mai leggere). Un concetto difficile da accettare in un Paese come il nostro dove si pubblicano tra i 60 e i 70mila libri all’anno ma dove meno del dieci per cento degli italiani legge più di un libro al mese. Un concetto difficile da accettare in questo sovraffollamento di titoli dove l’abbondanza soffoca la qualità e le parole scritte superano quelle lette. 

Un concetto difficile da accettare ma sul quale vale la pena riflettere se a suggerirlo è una delle menti più sottili e brillanti del suo tempo, come lo fu Arthur Schopenhauer (1788-1860). Il suo scritto Sulla lettura e sui libri (in realtà un paragrafo dei celebri Parerga e paralipomena, che oggi la casa editrice La vita felice pubblica in una edizione «autonoma» con testo tedesco a fronte, pagg. 60, euro 6,50) è, in questo senso, illuminante. Una vera arte del non leggere. Il filosofo tedesco, attorno al 1850, metteva in guardia dal leggere. Soprattutto dal leggere troppo e dal leggere male. «Quando leggiamo, qualcun altro pensa per noi: noi ripetiamo solamente il suo processo mentale... quando si legge ci è sottratta la maggior parte dell’attività di pensare... Quindi accade che chi legge molto e per quasi tutto il giorno, piano piano perde la facoltà di pensare. Questo è il caso di molti dotti: hanno letto fino a diventare sciocchi». E più avanti: «Tanto più si legge, tanto meno ciò che si è letto lascia tracce nello spirito: diventa come una lavagna su cui si è scritto troppo e in modo confuso». 

Schopenhauer è implacabile: dice che leggere paralizza la fantasia, che siamo circondati da «cattivi libri» («nove decimi della nostra attuale letteratura non ha altro scopo che spillare qualche tallero dalle tasche»), che occorre leggere solo i classici e semmai rileggerli due, tre, quattro volte. Perché la vera letteratura «produce in un secolo in Europa solo una dozzina di opere durature». E poi è anche questione di tempo: «Sarebbe una bella cosa comprare i libri se si potesse comperare il tempo per leggere, ma si scambia per lo più l’acquisto di libri con l’acquisto del loro contenuto». 

A questo punto, allora, torna utile anche un altro consiglio, non di un filosofo tedesco ma di uno scrittore italiano: Luciano Bianciardi (1922-1971). Il quale nelle sue «Lezioni per diventare un intellettuale, dedicate in particolare ai giovani privi di talento» (uscite a puntate sul settimanale ABC nel 1967) spiega per filo e per segno, con la consueta ironia e l’altrettanto consueto pessimismo, come si può diventare «un uomo di successo nel mondo della cultura» anche senza cultura, appunto. Insomma, cari intellettuali (ancora in pectore o già in auge), come intima il titolo della nuova edizione in volume di quelle preziose lezioni (Stampa Alternativa, pagg. 94, euro 9): Non leggete i libri, fateveli raccontare.


Lasciando da parte il fatto che io e Schopenhauer non siamo mai andati molto d'accordo, mi sento di dissentire con l'autore dell'articolo e con il filosofo citato a sostegno della tesi di base: e cioè che leggere è inutile e fa male perché impedisce a chi legge di pensare.
Secondo quanto sostenuto, infatti, mentre leggiamo diventiamo incapaci di pensare, in quanto totalmente assorti nell'atto di leggere; per cui, chi legge molto e per molto tempo durante la giornata, rischia di diventare un completo idiota.

A parte il fatto che io vorrei leggere tutto il contesto in cui è inserita questa frase del filosofo, ma mi sento di obiettare una cosa: quando leggiamo pensiamo a ciò che stiamo leggendo e, quando smettiamo di leggere, gli spunti di riflessione sui quali ragionare si sono moltiplicati rispetto a prima di prendere in mano il libro. Se il romanzo o il saggio o il trattato di non so quale materia vale qualcosa, allora inevitabilmente la nostra mente si metterà in moto per riflettere su quella frase, su quel comportamento, su quella questione posta in essere tra le pagine di ciò che poco prima era l'oggetto del nostro leggere; se, al contrario, è un'accozzaglia di frasi fatte, stereotipi e teorie strampalate, la nostra mente lavorerà per prendere le distanze da tutto quello che è stato messo nero su bianco.
Ma sempre di pensieri e di ragionamenti si tratta.
Inoltre non è affatto vero che a furia di leggere nuovi libri dimentichiamo i precendenti perché sono convinta che qualsiasi lettore attento sia ingrado di riassumere a distanza di anni, anche se solo per sommi capi, la trama di un libro letto anni prima. Ovvio, se la storia non valeva nulla e la lettura non è stata piacevole e non era nelle corde di chi l'ha letta, allora è più che comprensibile che l'abbia scordata. Non funziona allo stesso modo la nostra con gli eventi spiacevoli che ci capitano nella quotidianità? Non tendiamo ad accantonare quel dolore sordo che ci provoca il pensiero della scomparsa di una persona cara? Non rimuoviamo spesso e volentieri il ricordo di una figuraccia fatta in pubblico?


Mascheroni e Shopenhauer proseguono affermando che leggere mette un freno alla nostra fantasia e che siamo sempre più circondati da letteratura di scarso valore.
Oggi come allora è sempre sostenibile la seconda di queste due affermazioni: sempre più spesso ci vengono propinati casi editoriali che non valgono un centesimo di quelli spesi per acquistarli (inutile citare titoli tanto pensiamo tutti agli stessi libri più o meno); e, sempre più spesso, si improvvisano scrittori persone che fino ad un attimo prima facevano tutt'altro mestiere. Ed hanno successo perché si sono fatti un nome nel loro campo e allora partono già avvantaggiati in quanto conosciuti ai più (anche qui inutile sprecare caratteri per elencare nomi che, come sopra, vengono in mente a tutti).
Quindi, niente da dire, in questo caso avete segnato un punto miei cari signori, ma quando affermate "che leggere paralizza la fantasia", lo riperdete subito perché, se mai, leggere la stimola.
Chi di noi lettori da fanciullo o da adulto non ha mai sognato e fantasticato riguardo ad una storia letta in un libro? Nessuno. E rispondo ad occhi chiusi, metto anche la mano sul fuoco da tanto che sono sicura di quello che dico! 
Quanto al tempo da dedicare alla lettura è vero, è poco e se si potesse comprare insieme ai libri che acquistiamo, saremmo decisamente tutti più contenti. Ma questo non significa che la mancanza di tempo sia un punto a sfavore del leggere.
In relazione alla frase conclusiva "Non leggete i libri, fateveli raccontare" io posso solo dire: provate. Provate a farvi raccontare un libro e poi leggetelo e capirete da soli perché non ha alcun senso.

Sempre in rete ho trovato un altro articolo, molto interessante e molto ben scritto, che analizza la lettura passando attraverso alcuni grandi romanzi quali in Don Chisciotte, Madame Bovary, Se una notte d'inverno un viaggiatore e altri ancora.
Vi lascio il link e vi consiglio di leggerlo con calma e attenzione, perché è davvero una bella riflessione: Perché leggere, se leggere fa male?

Io vi riporto qui solo l'idea principale su cui si sviluppa tutta l'analisi, significativa per lo scopo di quanto scritto fino ad ora, e cioè che non bisogna presentare e pensare la lattura come un obbligo perché si otterrà solo una reazione opposta: il non leggere. Il messaggio di fondo che Renato Nisticò vuol fare arrivare a chi prende tra le mani il suo scritto è che "anziché inculcare il piacere della lettura nell’allievo (che è un non senso), dovrebbe porre in primo piano la relazione personale che si è instaurata fra di loro, il loro ritrovarsi gettati in una certa situazione. Dentro questo spazio emozionale e conoscitivo egli dovrebbe collocare come un dono e come un rischio l’apertura al “leggere”, cioè all’interpretare il mondo."

Leggere deve essere un piacere, un momento in cui si stacca la spina e si perde il contatto con il mondo esterno, ma non nel senso chisciottesco di perdita della ragione, semplicemente come quando ci si rilassa svuotando la mente.
Il problema è che chi non ama leggere non capisce e non potrà mai capire cosa significa questo momento di alienazione, che cosa ciò rappresenti per un amante della lettura e dei libri: "Quando io mi immergo nella lettura, abbandono momentaneamente, immaginariamente la mia dimensione, per assumerne un’altra vicaria che mi consente di vivere esperienze che non potrebbero essere mie nel corso ordinario della vita."
Questo non vuol dire affermare che solo ed esclusiamente la lettura di un libro porti a questa alienazione, però io, ad esempio, non riesco ad ottenere lo stesso risultato quando un film, forse un pochino di più quando ascolto la musica con le cuffie, ma solo perché la sparo a tutto volume e non sento nemmeno le bombe cadere.

Dicevo, poche righe sopra, che questa idea è significativa per lo scopo di quanto da me scritto fino ad ora perché non voglio, con tutte queste parole, convincere chi sostiene che i libri sono inutili e che sarebbe meglio salvare gli alberi invece che abbatterli per produrre la carta che serve a pubblicare i suddetti che si stanno sbagliando. Semplicemente ho voluto spiegarvi cosa significa per me tenere in mano quell'oggetto secondo voi inutile, cosa mi trasmette e dove mi porta.

In conclusione, ognuno di noi ha un modo tutto suo e diverso da quello degli altri per prendere le distanze dal quotidiano che, a volte, diventa troppo pesante da sopportare e questo non significa che leggere sia una malattia che porta a chissà quali conseguenze. Semplicemente è uno dei fini che si usano per arrivare ad uno stesso scopo: liberare la mente e rilassarsi (che, per inciso, non vuol dire smettere di pensare).
 

giovedì 24 gennaio 2013

"Costretta al silenzio", Linda Castillo

Titolo: Costretta al silenzio
Autore: Linda Castillo
Editore: Fanucci
Pagine: 384
Prezzo: 12, 90


Sinossi: Painter's Creek, nell'Ohio, è una cittadina rurale silenziosa in cui coabitano una comunità amish e una inglese; ma è anche il luogo in cui, sedici anni fa, si è consumata una serie di brutali omicidi. Kate Burkholder, che all'epoca era solo una ragazzina, è scampata in extremis dall'essere uccisa; ma quell'esperienza le ha lasciato un senso di terribile fragilità, di perdita di innocenza, e la sensazione di non appartenere più alla comunità in cui viveva. E, da quel giorno, il killer si è misteriosamente fermato. Sono passati molti anni, e a Kate, che ormai è una donna, viene chiesto di tornare proprio a Painter's Creek come capo della polizia. È sicura di poter affrontare l'incarico, per il quale è adatta grazie alle sue origini e alla conoscenza della zona. Ma quando in un campo innevato viene trovato il corpo di una ragazza sgozzata, di colpo il passato torna nella sua vita. Kate è decisa a fermare il killer prima che possa colpire ancora; ma per dargli un nome e un volto, dovrà tradire il suo legame con gli amish e la sua stessa famiglia... e svelare un oscuro segreto che potrebbe metterla in serio pericolo.


Linda Castillo ambienta i suoi thriller sempre nella stessa location: Painter's Creek, comunità divisa fra una comunità inglese e una amish.
E se pensi agli amish, ti vengono in mente campi di grano, aratri, uomini barbuti in bretelle e donne con la cuffia che cuciono coperte mentre il sole si spegne.
E invece no. Linda ci piazza anche omicidi ferocissimi e sanguinari!
Scorrevolissimo, non all'altezza di "La lunga notte", ma piacevole e mai noioso, soprattutto.

martedì 22 gennaio 2013

"Chiedi perdono", Ann- Marie MacDonald

Titolo: Chiedi perdono
Autore: Ann- Marie MacDonald
Editore: Adelphi
Pagine: 590
Pezzo: 18,00


Sinossi: Un'isola livida e crudele della Nuova Scozia sul finire dell'Ottocento, un giovane accordatore di pianoforti, una tredicenne libanese. I due si amano, e per sposarsi non esitano a fuggire. La loro passione sarà breve e bruciante, immani le conseguenze: giacché sulle loro figlie si abbatterà un destino di colpe indicibili e occulte menzogne che finirà per distruggerle.



A metà strada tra una tragedia greca e una saga familiare in stile sudamericano. Dalla tragedia, ha preso una forma di pessimismo di fondo che accompagna tutti i personaggi, destinati a scontare le colpe dei propri padri; alla tradizione sudamericana  si ispira un modo di raccontare che suggerisce, più che descrivere: c'è sempre questa sensazioni che le frasi nascondano dell'altro, un doppiosenso, un'immagine, un'ombra. E' qualcosa di molto affascinante, che mai avevo incontrato al di fuori delle saghe familiari di Isabel Allende e Gabriel Garcia Marquez.
Romanzo assai corposo, affascinante, avvolgente, anche se non sempre tutte le intricatissime vicende raccontate sembrano avere un fine. Molto bello.

venerdì 18 gennaio 2013

"Segni d'oro", Domenico Starnone

Titolo: I segni d'oro
Autore: Domenico Starnone
Editore: Feltrinelli
Pagine: 144
Prezzo: 6,50

Sinossi: Pensava di insegnare all'università, e si trova a fare il bibliotecario per caso. Dopo un lungo fidanzamento, ha sposato Virginia e si sono trasferiti da Roma al piccolo paese di Montemori, dove lei insegna e lui svolge una non meglio precisata "attività di studioso". Coinvolto dal comune nella preparazione delle celebrazioni per il centenario del fondatore dell'industria locale, comincia a indagare su una fabbrica inquinante e pericolosa, e su amori del passato. Starnone firma un romanzo breve, ironico, ora amaro, ora divertente, in cui si uniscono impegno politico, denuncia sociale, follia d'amore.

Come ogni lettore, in un romanzo cerco "un certo qualcosa".
C'è chi cerca la storia che non faccia pensare, chi spunti per riflettere; chi cerca la magia, e chi il racconto di cose materiali e ordinarie.
Io per esempio cerco una storia che sveli la poesia del quotidiano.
Io leggo, e mi chiedo: che cosa vuole dirci l'autore? Vorrà ben dirci qualcosa, no, mica è qui solo per raccontare e basta, ogni favola, ogni fiaba, ogni aneddoto deve arrivare ad un punto.

Cosa vuole dirci Domenico Starnone con questo romanzo?
Io non l'ho capito!
C'è un po' di critica sociale, sulla burocrazia che si lascia corrompere nelle piccole come nelle grandi cose; c'è l'industrializzazione. C'è il racconto di un matrimonio come tanti, e di un tradimento come tanti. C'è la frustrazione dell'uomo comune, magari un po' in crisi data la mezza età, che non contento del procedere della propria vita si lascia andare al lamento.
Insomma, tanti argomenti toccati solo in superficie. Non delicatamente: proprio in superficie.
E poi... ma quanto è insopportabile il protagonista????



giovedì 17 gennaio 2013

Una volta era letteratura per ragazzi....

 Qualche giorno fa ho fatto pulizia tra le mie scartoffie. Da una cartellina sono sbucati degli appunti che risalgono al primo anno di università: corso di letteratura per ragazzi.
Mi ricordo ancora la faccia della bibliotecaria quando ero andata a cercare i romanzi per prepararmi all'esame: Alice nel paese delle meraviglie, Peter Pan, Pinocchio, Cuore, La piccola Dorrit,  Il piccolo lord, Il Le avventure di Tom Sawyer, e poi i fumetti di Giamburrasca, Vampiretto...

Alcuni di essi sono inequivocabilmente dedicati ai bambini e ai ragazzi, ma altri... altri potrebbero essere letti tranquillamente anche dagli adulti! Penso a David Copperfield, Grandi Speranze e Oliver Twist di Dickens, che sono romanzi abbastanza complessi e difatti vengono riproposti da Einaudi, che certo non si occupa di bambini. Stesso discorso per la serie Piccole donne, Piccole donne crescono, Piccoli uomini, Piccoli uomini crescono, e naturalmente Cuore, di De Amicis. Sono storie ingenue solo in apparenza.



Poi ci sono alcune storie che si trovano, purtroppo, solo in volumi enormi, pesanti, ricchi di figure, in collane dedicate all'infanzia... Quelle scritte da Jack London, per esempio. Ma avete mai letto "Zanna Bianca"? Non è che sia proprio una storiella da infanti. E le storie di Jules Verne? Etichettati come "letteratura per l'infanzia" quando la fantascienza era ancora considerata un genere poco serio, poco adulto, per così dire. Ma a rileggerli ora, c'è da stupirsi per il genio visionario.
 E che dire di La storia infinita? E Le cronache di Narnia? E i romanzi di Dumas? Salgari?
Non che io mi preoccupi di farmi vedere seduta sul tram a leggere un'edizione cartonata di " Il libro della giungla", tanto per fare un esempio: ma non sarebbe male se ci fosse un po' meno discriminazione sulla letteratura per ragazzi, perchè secondo me viene troppo spesso sottovalutata, presa in giro. E io vado in bestia!

lunedì 14 gennaio 2013

La porta dell'inferno, Stuart MacBride

Titolo: La porta dell'inferno
Autore: Stuart MacBride
Editore: Newton&Copton
Prezzo: 4,90
Pagine:  363

Sinossi: Per le strade di Aberdeen si aggira indisturbato un uomo con il cuore di una iena e gli occhi di ghiaccio. La sua follia omicida si accanisce sulle donne con crudele brutalità: gli stupri sui quali lascia la sua firma di assassino compongono una lunga scia di sangue che parla di torture inaudite e orribili mutilazioni. Mentre niente e nessuno sembra poter fermare il serial killer, il caso finisce nella mani dell'agente Logan McRae. L'unica traccia a disposizione dell'investigatore è una serie di filmati dal contenuto esplicito in cui tutte le vittime del mostro fanno la loro comparsa. Logan McRae non ha altra scelta: spalancare la porta dell'inferno per immergersi in un mondo fatto di prostituzione, pornografia, pratiche sessuali violente e atti di libidine dagli esiti mortali. Un viaggio nel lato oscuro della perversione umana che Logan McRae è costretto ad affrontare. Con la consapevolezza che uscire vivi dall'inferno non è certo un fatto che si può dare per scontato.



Terzo romanzo con l'agente Logan Mc Rae.
Adoro questo scrittore, perchè mette in pista delle trame stuzzicanti e dei personaggi molto ben caratterizzati. Inconfondibile, poi, il linguaggio da caserma di tali soggetti, che farebbe morir dal ridere se non si parlasse quasi sempre di efferati omicidi.
Consigliatissimo agli amanti delle storie forti (anche a chi non ha letto i precedenti due romanzi, dal momento che non è strettamente indispensabile leggerli in serie).
Sconsigliato invece alle persone eccessivamente sensibili e dallo stomaco ballerino.


giovedì 10 gennaio 2013

Mucchio d'ossa, Stephen King

Titolo: Mucchio d'ossa
Autore: Stephen KIng
Editore: Sperling& Kupfer
Prezzo: 11,90
Pagine: 640

Sinossi: Mike Noonan - quarant'anni, autore di best-seller - è un privilegiato: un discreto successo, un buon conto in banca, la consapevolezza di sentirsi arrivato; tutte cose che ovviamente non hanno alcun senso se l'unica persona a cui tieni un giorno esce di casa e non ritorna più, folgorata per strada dalla morte. Quattro anni dopo è uno scrittore finito, afflitto da un'esistenza vuota. E' alla resa dei conti ma è anche angosciato dalla sensazione che "qualcos'altro", oltre a lui, non sappia rassegnarsi all'ineluttabile di un'esistenza troncata, qualcosa che si fa strada nella sua mente insinuando dubbi tormentosi, procurando incubi che travalicano i limiti del reale...

Insomma. King ha senza dubbio fatto di meglio.
La storia è interessante: uno scrittore con il blocco dello scrittore, traumatizzato per l'improvvisa morte della moglie, si trasferisce nella casa sul lago, la quale ha su di lui una strana influenza e sembra abitata da una qualche misteriosa entità.
Non ho capito bene dove questo romanzo voglia andare a parare: la storia parte con un'idea che poi sembra venga abbandonata, per procedere poi su una linea tutta diversa. 
La prima metà è senza dubbio ben scritta, avvincente; la seconda si perde un po', si fa a mio avviso un po' confusa e alla lunga può stancare. C'è da dire che si tratta di 600 pagine, che non sono poche, e se la storia non "acchiappa", è dura.
Promosso, ma con riserva.

giovedì 3 gennaio 2013

Il seggio vacante, J.K.Rowling

Titolo: Il seggio vacante
Autore: J.K.Rowling
Editore: Salani
Pagine: 553
Prezzo: 22,00



Sinossi: A chi la visitasse per la prima volta, Pagford apparirebbe come un'idilliaca cittadina inglese. Un gioiello incastonato tra verdi colline, con un'antica abbazia, una piazza lastricata di ciottoli, case eleganti e prati ordinatamente falciati. Ma sotto lo smalto perfetto di questo villaggio di provincia si nascondono ipocrisia, rancori e tradimenti. Tutti a Pagford, dietro le tende ben tirate delle loro case, sembrano aver intrapreso una guerra personale e universale: figli contro genitori, mogli contro mariti, benestanti contro emarginati. La morte di Barry Fairbrother, il consigliere più amato e odiato della città, porta alla luce il vero cuore di Pagford e dei suoi abitanti: la lotta per il suo posto all'interno dell'amministrazione locale è un terremoto che sbriciola le fondamenta, che rimescola divisioni e alleanze. Eppure, dalla crisi totale, dalla distruzione di certezze e valori, ecco emergere una verità spiazzante, ironica, purificatrice: che la vita è imprevedibile e spietata, e affrontarla con coraggio è l'unico modo per non farsi travolgere, oltre che dalle sue tragedie, anche dal ridicolo. J.K. Rowling firma un romanzo sulla società contemporanea, una commedia sulla nozione di impegno e responsabilità. In questo libro di conflitti generazionali e riscatti le trame si intrecciano e i personaggi rimangono impressi come un marchio a fuoco. Pagford, con tutte le sue contraddizioni e le sue bassezze, è una realtà così vicina da non lasciare indifferenti.



Se volete farvi un'idea di cosa sia la pressione psicologica, chiedete al mio ragazzo la sua esperienza a partire dal momento in cui ho saputo che J.K.Rowling avrebbe pubblicato un romanzo, questa volta estraneo alla saga di Harry Potter.
Appena uscito, mi trovavo un po' a corto di fondi, ma ho pensato che sarebbe stato un perfetto regalo di Natale ( e ogni riferimento è puramente casuale)...
Sta di fatto che l'ho trovato sotto l'albero (grazie Manuel!).

Dunque, prima di dirvi la mia in proposito, vorrei fare presente due cose.
La prima è che ci troviamo davanti un'opera molto diversa dalla saga del maghetto: diversa per impostazione, stile, ritmo, messaggi. Chi cerca la magia ( e i Serpeverde), rimarrà a bocca asciutta.
La seconda è che si tratta di quel genere di romanzo che o si ama o si odia. Me ne sono resa conto leggendo, e ho avuto la conferma girellando su internet e leggendo qualche opinione.

La trama si riduce a pochi, essenziali, fatti: Barry Fairbrother, consigliere comunale e allenatore della squadra di canottaggio femminile della scuola superiore, muore improvvisamente.
Si apre quella che viene definita "vacanza", periodo di tempo in cui il consigliere comunale manca dal suo ruolo e si pensa ad un sostituto.
Ecco, tutto qui. Questo è il punto iniziale, il centro, e la fine del tutto. La trama non si smuoverà di un millimetro solo rispetto a ciò.
In cosa consiste allora il romanzo?
Consiste nel raccontare la girandola di sentimenti, pensieri e sensazioni innescata da questo improvviso evento.
Come reagiscono i familiari? E i vicini? A chi dispiace sul serio, e chi, invece, finge il cordoglio? Chi ottiene vantaggi dalla sua morte? Quali sono i pettegolezzi che si sussurrano nei negozi quando passa la vedova? Perchè Barry non è solo marito, padre e consigliere comunale: è anche allenatore, amico (amante? mmm), cliente, rivale politico, insopportabile vicino.
La scrittura è pulita e lineare; l'analisi psicologica è a mio avviso stupefacente, e lontana dagli stereotipi: mai avrei immaginato che da un piccolo fatto sarebbe potuto emergere una descrizione così viva di un paese e dei suoi abitanti.
Dottori, bottegai, politicanti, tossicodipendenti, studenti, vicini di casa... la mente di ognuno è passata al setaccio.
Molto acuta, J.K, complimenti!






giovedì 27 dicembre 2012

Biancaneve deve morire, Nele Neuhaus

Titolo: Biancaneve deve morire
Autore: Nele Neuhaus
Editore: Giano
Pagine: 463
Prezzo: 18,00

Sinossi: Dieci anni trascorsi in una cella a scontare una pena per omicidio, dieci lunghi anni, e poi finalmente arriva l'agognato giorno in cui il cancello del penitenziario di Rockenberg si chiude alle spalle di Tobias Sartorius. Il mondo, si sa, non aspetta a braccia aperte chi esce di prigione. Per Tobias la meta è perciò obbligata: Altenhain, il piccolo borgo tra i monti del Taunus, dove da tre generazioni i suoi esercitano l'onorato mestiere di osti al Gallo d'Oro, la trattoria del paese. Il ritorno al villaggio natale si rivela, però, subito per il figlio dei Sartorius un inferno peggiore di quello patito tra le mura del penitenziario. La madre è andata via di casa, l'appartamento paterno è in rovina, la trattoria chiusa. Di suo padre, poi, un uomo un tempo vitale e sicuro di sé, rimane solo un'ombra. Ogni oggetto, infine, della casa rimanda a quella sera d'estate di dieci anni prima in cui Laura Wagner e Stefanie Schneeberger scomparvero. Tutti gli indizi avevano allora indicato lui, il ragazzo dell'oste Sartorius, come il colpevole. Tobias non ricorda nulla di quella sera, solo che aveva bevuto con gli amici e che amava perdutamente Stefanie, la ragazza con i lunghi capelli neri e la bocca rossa come Biancaneve, per la quale aveva lasciato Laura. La rabbia e la delusione del ritorno probabilmente svanirebbero, se le cose non precipitassero con sorprendente rapidità. Quasi contemporaneamente alla ricomparsa di Tobias, infatti, uno scheletro umano torna improvvisamente alla luce...




Preso dopo tanti tentennamenti (dovuti soprattutto al prezzo, che per un'edizione non rilegata è piuttosto alto), avevo riposto molte aspettative in questo romanzo, che può vantare commenti entusiastici in qualunque sito che si occupi di opinioni di lettori.
E' un thriller cupo, con un'ambientazione d'effetto: un piccolo e pettegolo paese di montagna, in cui dietro una calma apparente si celano  delitti irrisolti e diatribe fra compaesani.
 La storia è ben scritta, ben pensata, e soprattutto risulta per buona parte avvincente. Non si può dire che non mi sia piaciuto, eh: ma alcuni dettagli poco chiari della trama, le continue ripetizioni ( riflessioni del protagonista, i pettegolezzi nel piccolo negozio e nel locale in cui gli uomini vanno a bere) e alcuni passaggi relativi alle vicende personali del commissario ( a mio avviso non attinenenti con  la storia) alla lunga mi hanno distratta ed annoiata.
Non boccio il romanzo: ma di certo Nele Neuhaus non mi becca più.

-elisa